Recensione su Il Primo Re

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Abbiamo salvato l’assassino / 9 Febbraio 2019 in Il Primo Re

Romolo e Remo sono figli di una vestale e del dio Marte, nipoti del re di Alba, eredi di Enea, e via discorrendo.
Ma Matteo Rovere, di spazio ai deliri mistici e mitologici, non ne vuole lasciare molto.
Gli interessa riprendere la parte “storica” della fondazione di Roma. Parte in cui si narra di un re, che fondò una città che divenne potente. Un re circondato da un alone di mistero e resosi colpevole di un crimine orribile, pur di far compiere il piano degli dei.
In tutto questo Matteo Rovere scarnifica la storia di ogni valore epico e lo riporta in una sorta di realismo-magico. Si parla di una preistoria crudele, difficile,superstiziosa e di una condizione dell’uomo precaria. Apre le danze con l’immagine della preghiera di Romolo perché cessi la pioggia alla Trivaria Diva, dea del fuoco, dea della natura. La pioggia cessa ma la natura irrompe nella vita dei due fratelli sotto forma di inondazione. E da allora ci sarà da aggrapparsi con le unghie e con i denti alla vita.
La brutalità dell’istinto umano prostrato a questa natura maligna e alla nuova civiltà barbara e crudele, è messa da parte solo ed esclusivamente quando si parla di amore fraterno. Romolo e Remo sono legati indissolubilmente.
I due si proteggono e collaborano, si salvano. La civiltà parte da loro e con loro si sviluppa.
Fino a quando la natura non architetta un altro modo per separarli: il potere.
Il potere di Remo è quello della forza e della tirannia, quello dell’Ybris se vogliamo, della tracotanza che lo porta consapevolmente a errare contro il cielo. Il potere di Romolo è quello mistico-religioso, quello della forza civilizzatrice fondata su un legame con una superstizione-magica che si rivela vincente.
Il proto-latino non fa altro che dare una seriosità e una forza al film, della quale sarebbe stato privo fosse stato girato in italiano.
Certo non è un film esente da qualche difetto qua e là. Quando la forza di Romolo viene a meno, poiché è stato ferito, e il film si incentra su Remo, il protagonista perde un po’ il suo contraltare e il film si indebolisce. A parte questo, mi ha lasciato a bocca aperta. Mai visto un regista italiano contemporaneo con tale visione di insieme e con tale potenza visiva, anche nell’uso smodato della violenza, indispensabile per rappresentare l’uomo proto-storico, che ha da poco superato il labile confine che lo separava dalla bestia istintiva che si è lasciato alle spalle. Meraviglioso l’utilizzo degli attori e i combattimenti sono qualcosa di sensazionale.
Consiglierei chiunque di vederlo al cinema, è un film che va assaporato solo sul grande schermo.

2 commenti

  1. Stefania / 11 Febbraio 2019

    Considerazioni mooooolto interessanti! In particolare, mi piace questa riflessione: “I due si proteggono e collaborano, si salvano. La civiltà parte da loro e con loro si sviluppa. Fino a quando la natura non architetta un altro modo per separarli: il potere”. Per quanto i due rappresentino una forma di evoluzione dell’uomo dallo stato animale a quello civile, diciamo, è affascinante pensare che, comunque, siano due creature in balia degli istinti.

  2. Alicia / 12 Febbraio 2019

    Per come sono fatta io, questo film ha centrato in pieno il mio gusto personale. Ho adorato l’insistere di Rovere sull’inquadrare i personaggi accovacciati a terra, inselvatichiti prostrati, somiglianti a bestie fameliche, laddove invece Remo si erge sempre alto e distinto in piedi fermo nelle sue decisioni. Un gioco di contrasti architettato non tanto sulla recitazione espressiva, ma su quella fisica, sulla costruzione della posizione degli attori.
    Notevole anche quella di Romolo e Remo uno di fronte all’altro distesi in una posizione quasi fetale. Questa capacità di valorizzare il corpo dell’essere umano, per quanto primitivo, non c’è l’ha avuto nemmeno il tanto osannato Inarritu, che descriveva Revenant un ritratto appunto dell’istinto umano, perdendosi purtroppo nei deliri mistici e onirici, oltre che nel virtuosismo.

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