2019

Il Primo Re

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Il Primo Re
Il Primo Re

Nel sangue di due fratelli, Romolo e Remo, scorre il destino di una città e di un futuro impero, il più grande della Storia.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Il primo re
Attori principali: Alessandro BorghiAlessio LapiceFabrizio RongioneMassimiliano RossiTania GarribbaLorenzo Gleijeses, Vincenzo Crea, Max Malatesta, Fiorenzo Mattu, Gabriel Montesi, Antonio Orlando, Vincenzo Pirrotta, Michael Schermi, Ludovico Succio, Martinus Tocchi, Marina Occhionero, Danilo Sarappa, Federico Diust, Emilio De Marchi, Marzia Pellegrino, Ludovico Micara, Nina Fotaras, Luca Elmi, Riccardo Mioni
Regia: Matteo Rovere
Sceneggiatura/Autore: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere
Colonna sonora: Andrea Farri
Produttore: Andrea Paris, Matteo Rovere
Produzione: Belgio, Italia
Genere: Azione, Storia
Durata: 123 minuti

“Tremate, questa è Roma” / 9 Marzo 2019 in Il Primo Re

Tralasciando quella che è la veridicità storica questo film è notevole, crudo e violento come a volte possono esserlo gli esseri umani, visionario, metaforico e di un impatto visivo molto potente.
La scelta di girare tutto il film in latino arcaico(scelta che ha fatto discutere) è per me azzeccata, permette di immergere lo spettatore in quel mondo rude e selvaggio che fu l’Italia del 753 a.C.
Dal punto di vista tecnico è eccezionale, girato interamente sotto una luce naturale e con una fotografia straordinaria.
La regia è perfetta così come la colonna sonora psichedelica(che per me vale già da sola la visione dell’intero film).
Se devo trovargli un difetto è quello di avere un ritmo lento nella prima parte ma davvero ci troviamo davanti a un prodotto di alto livello, diverso da quello a cui ci ha abituato il cinema nostrano, un film imponente e coraggioso e soprattutto che dimostra il grande talento di un giovane regista.
Per me da vedere.

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La violenza e il sacro / 2 Marzo 2019 in Il Primo Re

“Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia? quia et latrocinia quid sunt nisi parva regna?”

Queste le famose domande che Sant’Agostino pone severamente nel “De Civitate Dei” (IV, 4), e cioè:

“Se si toglie la giustizia, cosa sono i regni se non grandi bande di ladri? E le bande di ladri, che altro sono se non piccoli regni?”

Il passo allude alla violenza del potere, e ancor più all’origine fraudolenta dell’autorità, fondata sul massacro, sulla conquista, e quindi sulla certezza dell’impunità di cui gode qualsiasi vincitore. Un clamoroso paradosso: perché nasca la legge, occorre ch’essa venga dapprima violata a danno di qualcun altro. Agostino mette sotto accusa le istituzioni terrene, specialmente quelle che si siano spacciate per ministre di una missione morale superiore, di fatto agendo senza legittimità nei confronti degli altri popoli, e rivestendo l’ambizione più bassa, ossia il desiderio di rapina, con l’abito prestigioso della civiltà. È solo la giustizia, dice Agostino, a riscattare lo Stato dalla sua natura barbarica; ma il filosofo non pensa alla giustizia umana, bensì a quella divina.
Eppure cosa otteniamo se nemmeno la legge sovrannaturale riesce a confortarci?
Ecco l’ordine universale ridursi ad un insensibile meccanismo, i cui ingranaggi si controbilanciano, ciclicamente, mediante la fortuna di alcuni individui e la sventura di molti altri, in un flusso di eventi che ricorda la corrente della fiumana verghiana, fatta di vinti e vincitori, questi ultimi destinati a venir calpestati e sorpassati a loro volta. Ed è ciò che, con estremo pessimismo, Foscolo fa riconoscere al suo Ortis nella celebre lettera scritta a Ventimiglia tra il 19 e il 20 febbraio:

“Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra. Io guardando da queste Alpi l’Italia piango e fremo, e invoco contro agl’invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre a’ mari e a’ deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gli Iddii de’ vinti, incatenavano principi e popoli liberissimi, finché non trovando più dove insanguinare i lor ferri, li ritorceano contro le proprie viscere”.

L’ultima immagine, riferita alle guerre civili (ad esempio, quelle tra Cesare e Pompeo) e quindi alle continue uccisioni che contraddistinsero gli ultimi anni dell’Impero Romano d’Occidente, segna in realtà anche l’inizio della storia romana, almeno nella versione tramandataci dal mito e dalle fonti storiografiche.
L’Urbe nasce appunto da un ritorcersi dei ferri contro la propria carne, e cioè da un fratricidio: nel 753 a.C., Romolo uccide suo fratello Remo. Solo così gli è possibile divenire primo re della città. I motivi del gesto variano in base alla fonte, e poca rilevanza ha se ciò avvenga per duello, per sbaglio o per uno scatto d’ira, poiché il fattore scatenante resta identico: la necessità di stabilire una supremazia sul territorio appena occupato. Dal nome di Romolo l’insediamento viene battezzato Roma, secondo quella pratica topografica che porta un luogo a chiamarsi come il suo fondatore (ma il processo, ricostruito a posteriori, va letto al contrario). Gli autori da cui attingiamo per la leggenda di Romolo e Remo sono anzitutto Tito Livio (“Ab Urbe condita”) e Plutarco (“Vite parallele”). Al di là della veridicità dell’episodio – si sospetta, infatti, che la trama del fratricidio sia stata ideata nel corso dell’età repubblicana, dunque con evidente spirito antimonarchico – l’atto omicida si inscrive perfettamente nel disegno cruento poc’anzi illustrato. Il potere sgorga dal sangue e dalla paura; e nulla meglio di una violenza così radicale, consumata addirittura tra consanguinei, può evidenziare le contraddizioni, tanto fisiologiche quanto insanabili, a cui va incontro l’affermazione dell’autorità. La differenza tra Remo – come lo si è scelto di ritrarre nel film “Il Primo Re” – e Romolo, risiede proprio in questa diversa accezione della sovranità. Il primo coltiva una visione atea, nichilista, ma anche più lucida di cosa sia e di quale prezzo esiga il comando; il secondo somiglia invece ad un Enea, traboccante di pietosa devozione, il quale, non per merito sincero, ma per ingenua adesione al destino (potremmo dire, per “eterogenesi dei fini”), ha successo laddove il fratello aveva fallito in precedenza. Rispetto a quest’ultimo, Romolo riesce a creare unità attraverso la tradizione, solidificando l’appartenenza ad una stirpe comune, e sfruttando intuitivamente il valore strumentale della religione. Entrambi i fratelli, allora, finiscono con l’incarnare un diverso volto del potere: l’uno, quello magnanimo, familiare, benefico e luminoso, fedele al culto del fuoco sacro (il cui rito, secondo Plutarco, viene introdotto per primo dallo stesso Romolo, dal quale deriva anche la designazione delle Vestali); l’altro personifica il potere distruttivo, feroce e disilluso, che tende a restare nascosto nell’ombra – la medesima oscurità dove ben presto sbiadisce, agli occhi dei posteri, la fama di Remo.
Minore consistenza storica significa però maggiore libertà drammaturgica. Ecco perché, fin dalla locandina, “Il Primo Re” sceglie di focalizzarsi sul fratello negletto, rendendolo un personaggio decisamente più interessante di Romolo. La parabola di Remo, sebbene indebolita da una cesura troppo netta tra il carattere protettivo e intraprendente, visibile durante la prima metà del film, e il successivo delirio di onnipotenza, traccia un percorso evolutivo del tutto estraneo all’eponimo di Roma. Interpretato dal sempre viscerale Alessandro Borghi, Remo si muove nel solco di due differenti scuole tragiche: quella attica e quella moderna. Nel primo caso, come Edipo, egli tenta affannosamente di sottrarsi ai vaticini, non ottenendo altro che di facilitarne l’infausto compimento; nel secondo, una volta compresa la natura scellerata, vuota e opportunista del dominio umano, egli la abbraccia e vi si identifica, pur mancando della strategia machiavellica utile a preservare il proprio regno. Il dramma di Remo, scisso tra il libero arbitrio e la volontà divina, nonché tra l’amore fraterno e l’abbandono alla nullificazione, è un tormento esistenziale che prima diviene fonte di superbo ingigantimento, e poi di rassegnata sconfitta. Ma da un punto di vista antropologico, il suo sacrificio appare necessario. Soltanto da un atto di violenza rituale si è a lungo ritenuto che potesse sorgere la civiltà, come c’insegna René Girard (“La violenza e il sacro”, 1970): l’olocausto di un capro espiatorio, annualmente celebrato nella polis greca, consentiva di scacciare i mali che affliggevano la comunità, rinnovando l’ordine, la protezione e la prosperità collettiva, mediante una formula religiosa in cui fosse dissimulato il desiderio mimetico. La vittima innocente era perciò detta “sacra”, col duplice significato, mantenuto in latino, di “benedetta” e “maledetta”: ad essa s’imponeva ad esempio di strusciare il corpo contro le abitazioni, prima di morire, perché l’influsso apotropaico fosse meglio trasmesso, e quasi contagiato, alle persone e agli oggetti – ambiguità preservata terminologicamente dall’uso della parola ϕάρμακον, intesa al contempo come rimedio salvifico e come agente venefico. Remo è dunque inesorabile vittima sacrificale, e la sua morte s’imprime nelle stesse fondamenta della città, a sua volta costretta a replicare e a trasfigurare eternamente quella violenza. Non è un caso che Romolo, sulla pira fraterna, pronunci le parole: “Questa città nasce dal mio dolore e dal sangue di mio fratello.”
Grande coraggio, insomma, da parte del regista Matteo Rovere, il quale ricorre ad una messa in scena cruda e materica, dove la scenografia, ottimamente fotografata, coi suoi vapori boschivi, i suoi fanghi mortiferi e le sue acque turbinose, è parte integrante della narrazione, sin dalla prima, riuscitissima sequenza. Al realismo contribuisce l’uso di un linguaggio protolatino, appositamente ricostruito da un gruppo di semiologi de La Sapienza, con innesti dal ceppo indoeuropeo. L’operazione si accorda al precedente film di Rovere, quel “Veloce come il vento” che conteneva molti dialoghi in dialetto romagnolo; ma a giovarne allo stesso modo è l’atmosfera leggendaria, grazie al tono solenne che il latino è sempre capace di evocare. Lodevole anche il lavoro alla CGI, in grado di consegnarci effetti speciali assolutamente credibili. Il debito estetico va forse riconosciuto nei confronti di altre pellicole come “Apocalypto”, “Valhalla Rising” e “The Revenant”, senza nulla levare alla totale originalità del progetto nostrano, degno del più sincero apprezzamento, poiché dotato di una forza e di una maestosità da tempo sconosciute al panorama italico.

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Abbiamo salvato l’assassino / 9 Febbraio 2019 in Il Primo Re

Romolo e Remo sono figli di una vestale e del dio Marte, nipoti del re di Alba, eredi di Enea, e via discorrendo.
Ma Matteo Rovere, di spazio ai deliri mistici e mitologici, non ne vuole lasciare molto.
Gli interessa riprendere la parte “storica” della fondazione di Roma. Parte in cui si narra di un re, che fondò una città che divenne potente. Un re circondato da un alone di mistero e resosi colpevole di un crimine orribile, pur di far compiere il piano degli dei.
In tutto questo Matteo Rovere scarnifica la storia di ogni valore epico e lo riporta in una sorta di realismo-magico. Si parla di una preistoria crudele, difficile,superstiziosa e di una condizione dell’uomo precaria. Apre le danze con l’immagine della preghiera di Romolo perché cessi la pioggia alla Trivaria Diva, dea del fuoco, dea della natura. La pioggia cessa ma la natura irrompe nella vita dei due fratelli sotto forma di inondazione. E da allora ci sarà da aggrapparsi con le unghie e con i denti alla vita.
La brutalità dell’istinto umano prostrato a questa natura maligna e alla nuova civiltà barbara e crudele, è messa da parte solo ed esclusivamente quando si parla di amore fraterno. Romolo e Remo sono legati indissolubilmente.
I due si proteggono e collaborano, si salvano. La civiltà parte da loro e con loro si sviluppa.
Fino a quando la natura non architetta un altro modo per separarli: il potere.
Il potere di Remo è quello della forza e della tirannia, quello dell’Ybris se vogliamo, della tracotanza che lo porta consapevolmente a errare contro il cielo. Il potere di Romolo è quello mistico-religioso, quello della forza civilizzatrice fondata su un legame con una superstizione-magica che si rivela vincente.
Il proto-latino non fa altro che dare una seriosità e una forza al film, della quale sarebbe stato privo fosse stato girato in italiano.
Certo non è un film esente da qualche difetto qua e là. Quando la forza di Romolo viene a meno, poiché è stato ferito, e il film si incentra su Remo, il protagonista perde un po’ il suo contraltare e il film si indebolisce. A parte questo, mi ha lasciato a bocca aperta. Mai visto un regista italiano contemporaneo con tale visione di insieme e con tale potenza visiva, anche nell’uso smodato della violenza, indispensabile per rappresentare l’uomo proto-storico, che ha da poco superato il labile confine che lo separava dalla bestia istintiva che si è lasciato alle spalle. Meraviglioso l’utilizzo degli attori e i combattimenti sono qualcosa di sensazionale.
Consiglierei chiunque di vederlo al cinema, è un film che va assaporato solo sul grande schermo.

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Gangs of Roma / 4 Febbraio 2019 in Il Primo Re

Il Primo Re di Matteo Rovere rappresenta il ritorno del cinema italiano al film di matrice storico-epica che tanto successo ebbe nel nostro Paese negli anni Sessanta, con i peplum e le produzioni “di massa” in costume di Cinecittà.

Il film di Rovere, però, usa il tema storico con uno spirito (r)innovatore: Il Primo Re, che tratta della fondazione di Roma, rifugge da ogni elemento “romantico” o idealizzato, per mettere in scena un racconto di sopravvivenza in cui ha un ruolo fondamentale la concezione dell’ignoto e della divinità intesi come elementi permeanti di una cultura legata in maniera inscindibile ai “capricci” della Natura e ai segni e ai simboli che da questi derivano.
L’uso del latino in una forma pre-classica (non so quanto fedele al vero latino arcaico, ma, francamente, non importa) immerge il film in un’atmosfera sospesa tra il fantasy (vedi, la lingua elfica di Tolkien usata nei film di Peter Jackson, per esempio) e un tentativo di ricostruzione storiografica sufficientemente credibile (posto che, compreso il fatto che non si fa accenno alla natura nobile e semidivina di Romolo e Remo, non ho idea di quanto possa essere davvero attendibile), creando un ibrido efficace e stimolante sia a livello concettuale che visivo.

Il film di Matteo Rovere è crudo e violento come è logico credere fosse la vita nel Latium vetus dell’VIII sec. a.C.: Il Primo Re non è il racconto edulcorato di una bucolica società agropastorale. C’è spazio per i sentimenti, ma si tratta sempre di moti d’animo squassanti, in linea con lo spirito generale della storia.
La sceneggiatura di Rovere, Filippo Gravino e Francesca Manieri si concentra sull’evidente dualismo esistente tra i fratelli Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi, ottimo). Bilanciando in maniera interessante il peso narrativo dei due, viene dedicato molto spazio all’evoluzione di Remo, giocoforza il personaggio più interessante e complesso della vicenda. Il Remo di Borghi è un antieroe che, in un arco temporale estremamente ridotto, muta pelle almeno tre volte nel corso del film, mostrando le vette che è possibile raggiungere cavalcando la vertigine del potere. Al contrario, il Romolo di Lapice è così lineare e “passivo” da suscitare ben poca empatia, nonostante il suo ruolo storico fondamentale.

Nel complesso, Il Primo Re è un buon film, tecnicamente validissimo, che ha i suoi punti di forza nelle scene dinamiche, di lotta. Come aveva già dimostrato con Veloce come il vento, Rovere ha un respiro cinematografico molto ampio e ha la capacità di rileggere i generi con sapienza, proponendo al pubblico storie accattivanti ma non troppo retoriche o indulgenti. Volendo azzardare un paragone ardito, Il Primo Re mi ha ricordato Gangs of New York di Scorsese: per quanto una città/cultura diventi “grande”, non può prescindere dalle sue origini molto terrene e ben poco divine, fatte di sangue, fango, morte (la fotografia di Daniele Ciprì esalta molto bene il carattere mortifero dell’ambiente in cui si svolge la vicenda: tra nebbie e ombrosi contesti fluviali e lacustri, il Lazio rappresentato ha caratteri d’oltretomba). Roma è nata per seminare terrore (Romolo dice: “Saremo la paura, il terrore che non fa dormire la notte” e Remo, semplicemente, apprende e mette in pratica, dando origine al più grande impero politico e militare della Storia).

Il film non è esente da difetti (a tratti, sembra pensato a livello narrativo come una sequenza in slow motion, con passaggi al ralenti e repentine accelerazioni, incidendo sulla scorrevolezza di alcuni passaggi, forse un po’ reiterati), ma il risultato finale è decisamente positivo e conferma l’apertura del cinema italiano a nuovi scenari e validissimi esperimenti.

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100% Made in Italy / 1 Febbraio 2019 in Il Primo Re

Confesso di essermi recato in sale con buone aspettative, considerando che avevo amato moltissimo Veloce Come il Vento dello stesso Rovere.
Quello che mi sono trovato davanti è un film selvaggio, sporco e molto crudo, ambientato in un modo ostile dove a sopravvivere è solo il più forte.
La regia, le tecniche di inquadratura, la fotografia, gli effetti speciali, sono tutti di altissimo livello e non hanno nulla da invidiare alle grandi produzioni hollywoodiane. Sono sincero a volte dimenticavo di trovarmi di fronte ad un film interamente Made in Italy (Trucchi, costumi, stunt-men, costumi e combattimenti).
Notevole anche la recitazione degli attori, anch’essi tutti italiani.
Nota di merito finale, la scelta (coraggiosa) dei dialoghi in latino arcaico (sono presenti i sottotitoli), quest’ultima cosa rende il tutto molto più reale ed immersivo.

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