Recensione su Il pescatore di sogni

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1 Gennaio 2014

Una commedia ha come unico punto di appoggio i personaggi che la abitano e le dinamiche che si sviluppano tra di loro. Accettando come vero questo, “Pescatore di sogni” utilizza personaggi stereotipati, dai facili destini e più che abusati intrecci fra di loro: il bravo Ewan McGregor è uomo di scienza ma di poco polso, lassista con se stesso se non ingenuo e poco sveglio, cui solo una strana avventura riesce a risvegliare i dubbi animi vitali. E’ così che trova l’elegante rigità di Emily Blunt e, per forza di cose, innamoratosi, si cosparge della (quantomai abusata) fede, leva posticcia di un racconto clichèttaro e, a tratti, fastidioso.
Personaggi di una semplicità non cristallina, ma sciatta, incarnano tipi di vario genere: C’è il santone con i soldi, di grande fede e cultura, la cui filosofia accomuna la pesca con l’animo umano (???), pseudo-filantropo che impone con la forza della moneta il suo bene, i cui ideali assumono forme involontariamente ridicole, così da rendere stupido il personaggio la cui misticità avrebbe funto da cardine per la migrazione della coscienza dei due protagonisti. La segretaria brillante, donna da accalappiare, pasto telefonato per un protagonista la cui consistenza si sente solo nell’interpretazione di un McGregor innocente e mestierante.
Costumi a simulare una quotidianità ostentata (non si parla mai di costumi quando questi non attirano le attenzioni), ma i mammuth della Blunt sono troppo anche per me.
Disonesto e adirante il clima politico creato, che mette in luce il terrorismo bacato, abusato senza senso, scorretta e ciecamente di parte la visione dataci.
Una delle rare note interessanti: Kristin Scott Thomas e le dinamiche della “pubblicità” sul medio-oriente.

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