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Recensione su Il Grinta

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22 dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

I Coen son di quelli che si possono tranquillamente andare a vedere per principio. Il remake del film che fu con John Wayne non ci somiglia neanche affatto, anche se non son proprio sicuro di ricordarlo. Quel che è più notevole è il fatto che, dopo averne tanto parlato male, qua ci si trova Matt Damon e sembra sappia recitare. Ma wow! Capito? Non sembra né bolso né altro! Anzi, io nemmeno me ne ero accorto che fosse Matt Damon baffuto da Texas Ranger, l’ho letto sui titoli di coda.
Una ragazzina finisce nel West a dover vendicare il padre ucciso a tradimento. Assolda il Grinta/Jeff Bridges, e con lui si mette alla ricerca dei cattivi, insieme al Texas Ranger, che già seguiva la stessa pista. È fin banale dire che durante il viaggio tutti avranno modo di conoscersi, aiutarsi, migliorarsi e blabla. È una vita fredda e dura, dove la legge beve whisky e gli impiccati si trovano appesi agli alberi; il viaggio è costellato da incontri, un mago/medico vestito da orso cerca pazienti morti a cui cavare i denti, mentre nevica soffice sul Grinta che racconta ininterrottamente della sua vita durante il viaggio. Freddo e duro come la terra in cui i morti non si possono seppellire.
Che la pischella sia così sveglia e astuta e simpatica, cresciuta in fretta per affrontare tutto quel che le capita, è forse un filo inverosimile; ma chissene.
I Coen affrontano un genere da cui è difficile pretendere sia detto qualcosa di nuovo, e lo fanno armandosi del loro stile e visione del mondo. Del resto non è mai solo la storia, ma come la si racconta, a contare qualcosa. E forse io francamente avrei pagato un pezzo di biglietto anche solo per l’ultima scena della ragazzina, ormai vecchia, sulla tomba del Grinta, stagliata sul cielo grigio di una collina, con alle spalle i rami voluttuosi di un albero ormai secco e morto. Ecco.

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