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Recensione su Il Grinta

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29 marzo 2014

Il Grinta è una storia qualunque del tramonto dell’epoca western, quando l’era dei cowboys e dei pistoleri cominciava inesorabilmente il suo declino a vantaggio dell’avanzamento della civiltà.
Un declino tristemente evidenziato nel finale, in cui quelli che erano i protagonisti del selvaggio west sono ormai diventati fenomeni da circo, comparse erranti del Wild West Show.
Tratto dallo stesso soggetto del film che portò un vecchio John Wayne al suo unico oscar, se ne differenzia per l’impronta moderna donata dai Coen, con il loro stile minimalista e cerebrale.
La trama non è nemmeno un granché, un’ordinaria storia di vendetta con l’originalità del soggetto che la cerca, una ragazzina quattordicenne (e l’idea può piacere o non piacere) catapultata in un mondo di duri e di ubriaconi e in un ambiente oltremodo ostile.
Perché proprio il selvaggio west è il vero protagonista della pellicola con le sue fantastiche ambientazioni e un’alea di rispetto e di misticismo esaltata dal fatto che buona parte della vicenda si svolge nella zona che sta sotto il controllo dei nativi, i quali si vedono pochissimo ma la cui minacciosa entità aleggia pesantemente.
Tutto sommato un buon film, una storia di umanissimi antieroi, per questo stesso motivo sincera e coraggiosa.
Grande interpretazione di Jeff Bridges e anche quella di un irriconoscibile Matt Damon, che di solito fatica a piacermi, ma qui se la cava egregiamente.
Un’incetta di nomination agli oscar 2011, senza vincere neanche un premio.

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