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Recensione su Il figlio di Babbo Natale

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E poi c’è un babacio di Shaun the sheep / 16 agosto 2015 in Il figlio di Babbo Natale

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

L’idea di base è fare della babbonatalità una monarchia ereditaria, e infatti tutto è assai british ma non troppo, e infatti-due si tratta di una coproduzione tra la big multinazionale e gli studi britannici da dove erano usciti Wallace&Gromit e discendenti. Detto quanto gongolo per il fatto che guardo film sul Natale praticamente a ferragosto (e viceversa, ma i film sul ferragosto sono di meno), si parte da un villaggio scottish dove una bimba invia una letterina a Natale Babbo. Seguendola (la lettera, non la bambina), arriviamo al Polo Nord, dove Arthur, il figlio di Babbo Natale, risponde alle letterine. E lui ci crede in Babbo Natale. Fatto sta che però il Natale si è ormai ingegnerizzato al passo coi tempi, e il fratello maggiore Steve coordina le operazioni da una sala comando futuristica, mentre sul campo la slitta è stata sostituita da una navicella e da un milione di elfi che aiutano il Babbo in carica, ormai vecchio e obeso e stanco, nella distribuzione. Completano la famiglia la moglie, molto british-nanny, di Babbo e il babbo di Babbo, che era il Babbo precedente. Una famiglia dove dire non è fuoriluogo: sei un babbo!
Ehm, vabbè, insomma che nella catena di montaggio che è diventato il Natale Arthur trova la falla, un regalo non è stato consegnato. Nonostante il parere contrario di Babbo e Steve, parte col nonno un po’ sciroccato e la slitta, per compiere la missione prima dell’alba del sorgere.
Non ci sono i cattivi qui, né lassù, ma debolezze famigliari e tipi umani, senza sfociare in Shakespeare. Steve vuole che arrivi il suo momento, Babbo non si rende conto di dover andare in pensione, Arthur è ipocondringenuopollo ma è l’unico che vede e irradia ancora i valori del Natale oldstyle. La consegna dei regali in apertura è la preferita mia parte, sto eccedendo con questi capovolgimenti, e segue incruenta l’iconografia cinematografico-militare americana, con ritmi e stilemi a cui sono ormai i bambini americani abituati, uomo (elfo) a terra, ritirata, coprimi, passo e chiudo ecc. Manca solo, per ovvi motivi, il ritorno della bara con bandiera e saluto. Sono tanti i personaggi a sostenere il ritmo, gli elfi sono simpatici come umpalumpa e si scende a collorotto verso la ricomposizione familiare, dove il sotteso è che non importa se come ieri o oggi, o con la slitta o il Millennium Falcon, ma quando arriva il Natale arriva per tutti.

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