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Dr. Strangelove / 25 novembre 2015 in Il dottor Stranamore: ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba

Da un interessante soggetto fantapolitico di Peter George, che affrontava il tema degli inquietanti rischi derivanti da un conflitto nucleare, Kubrick trasse questo capolavoro di tragicomico humor nero che si colloca esattamente a metà della sua cinematografia, costituendo un ponte tra il Kubrick giovane, ancora legato ai parametri del cinema classico, e il Kubrick maturo e ispirato dei capolavori assoluti che inaugurerà, sul finire degli anni Sessanta, con 2001: Odissea nello spazio.
Dr. Strangelove è infatti ancora tradizionalista, da un punto di vista stilistico, sebbene molto innovativo quanto ai contenuti.
Il romanzo da cui è tratto (Red Alert) non presenta, infatti, la spiccata vena comica presente nel film (non vi si trova nemmeno lo stesso personaggio del Dottor Stranamore, aggiunto soltanto in un’edizione successiva, ispirata dal successo del film).
È proprio Kubrick ad aver avuto la felice intuizione di presentare uno scenario drammatico – quale quello della guerra atomica totale – alla stregua di una commedia dell’assurdo, così da denunciare proprio l’assurdità della minaccia nucleare che le due super-potenze si garantivano vicendevolmente.
L’ironia si scatena in modo irresistibile in alcuni momenti memorabili della pellicola, in primis quello della telefonata con cui il Presidente americano mette al corrente dell’imminente catastrofe il Primo ministro russo, apparentemente colto in un momento di ebbrezza.
E che dire della spassosa scena del distributore di Coca-Cola, che irride il sistema di valori americano, basato sulla prevalenza della proprietà privata?
È uno humour mai banale, soprattutto perché sapientemente calato in un contesto drammaticamente serio.

Fondamentale, nella riuscita del film, è l’apporto di un genio della recitazione come Peter Sellers, che interpreta tre diversi personaggi, ciascuno in modo impeccabile:
– il colonnello Mandrake, vice del Generale Ripper, che si accorge della follia di quest’ultimo;
– il Presidente degli Stati Uniti Merkin Muffley, interpretato con sapiente pacatezza;
– il Dr. Stranamore, protagonista, nel finale, di alcune delle scene iconicamente e ironicamente più memorabili: quelle in cui cerca di domare la sindrome della mano aliena che lo porta a strozzarsi da solo, piuttosto che a fare il saluto nazista, nell’imbarazzo generale della War Room.
Per essere apprezzata in toto, la prova di attore di Sellers andrebbe gustata in lingua originale (bastano i primi minuti della telefonata tra Mandrake e Ripper per rendersene conto).
La visione in inglese permette peraltro di non perdersi certe finezze della sceneggiatura, come quella che è considerata una delle battute più sagaci della storia del cinema, pronunciata dal Presidente alla vista della colluttazione tra l’ambasciatore russo e il Generale Turgidson:
“Gentlemen, you can’t fight in here. This is the War Room!”
Che in italiano viene impropriamente tradotta in:
“Signori, non potete fare a botte in Centrale Operativa!”
probabilmente per esigenze legate al doppiaggio.

Sellers avrebbe dovuto interpretare anche un quarto personaggio, il comandante del B52 che sarà protagonista di un finale assolutamente in linea con il resto della pellicola (ma contrario a quello narrato nel romanzo). Pare che invece Sellers non poté farlo per via di un infortunio, lasciando comunque il posto ad un ottimo Slim Pickens, che gli ruba la scena nell’altra sequenza memorabile del film, quella in cui cavalca l’ordigno atomico alla stregua di un cow-boy.
Altra interpretazione di rilievo è quella fornita da George C. Scott nel ruolo del Generale Turgidson, l’alienato e anti-sovietico capo dell’aviazione, con un debole per il gentil sesso.
A proposito di ciò, nelle varie analisi critiche di questo film si è ricorso a piene mani alla metafora sessuale, a causa dei riferimenti più o meno espliciti qua e là centellinati da Kubrick, anche se a mio avviso si tratta di una lettura un po’ forzata o, in ogni caso, secondaria.

Kubrick si dimostra un maestro nell’associazione musica-immagine, facendo insistentemente accompagnare le scene sul B52 dal motivetto risalente ai tempi della guerra civile “When Johnny Comes Marching Home”, nonché con le due significative canzoni proposte in apertura e nel finale.
In ultimo, una menzione alla splendida scenografia: quella assai realistica degli interni del B52 (un po’ più approssimativi, sebbene adeguati ai tempi, gli effetti speciali delle scene aeree in esterni), ma anche e soprattutto la splendida, iconica War Room del Pentagono, creata dal nulla dalla fantasia di Ken Adam. Una War Room talmente verosimile che si narra possa aver concorso nell’inganno in cui cadde il presidente Reagan quando, all’inizio del suo mandato, chiese di poterla vedere, nell’imbarazzo dello staff della Casa Bianca, che sapeva non esistere alcuna War Room (o almeno così ce l’hanno raccontata).

3 commenti

  1. GabriAPAD96 / 11 aprile 2016

    Bella recensione,la scena del distributore di Coca-Cola è meravigliosa!

  2. hartman / 11 aprile 2016

    @gabriapad96, gran bella scena esilarante, ma soprattutto emblematica di una sceneggiatura davvero intelligente, che sa fare humour su temi tutt’altro che banali (in questo caso la concezione occidentale della proprietà privata)

    • GabriAPAD96 / 11 aprile 2016

      certo sono d’accordissimo con te @hartman,e ho apprezzato anche la critica alla mitomania della guerra fredda,parodia di una rincorsa alle armi demenziale!

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