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Recensione su Il Divo

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4 marzo 2011

E’ un film straordinario.
Ed è straordinario per qualità filmica: surreale e simbolico, l’inizio è spettacolare, camera che si avvicina ad Andreotti mentre parla, alza il viso ed è una smaccata citazione da Hellraiser, le passeggiate notturne sono al limite del metafisico di de Chirico, sospese nel tempo e nello spazio, le Iene per la corrente (ma dentro c’è anche un porporato)…come rappresentare il non rappresentabile. La macchiana da presa si muove continuamente, ma ogni volta che c’è Andreotti insieme ad altri si intrufola negli spazi, lunghissimi piano sequenza (quello della festa è mirabolante e farà scuola) e con ampie volute gira intorno a Giulio per poi inquadrarlo di fronte, il più delle volte lui in posizione centrale all’inquadratura e alla disposizione di tutti gli altri (c’è anche una perfetta ultima cena con tanto di Evangelisti/san giovanni con il capo piegato).
Grande perchè propone una precisa ricostruzione di un periodo di storia italiana astraendola in una riflessione sul potere in una delle sue declinazione, ossia il potere non ostentato, il potere che si ammanta di una finalità moralmente giustificatoria per autoperpretrarsi.
Non c’è nulla di grottesco, molto di surreale e Servillo è perfetto e l’incedere di andreotti è quasi statico, come se non camminasse, ma apparisse improvvisamente. Ma perfetta anche la Bonaiuto, in questa moglie solidale e tenera che improvvisamente sgrana gli occhi, il dubbio le si palesa, infinito.
Un uomo solo e un uomo fortunato, un uomo potente.
Intorno a lui i momenti più importanti della nostra storia, almeno degli ultimi 40 anni, i morti degli ultimi 40 anni, una infinità di omicidi che hanno legato i destini della finanza del nord con gli interessi della mafia del sud.
Omicidio Lima, guardare come Sorrentino rappresenta il momento in cui lui ne viene a conosceza, riflesso su uno specchio, quasi uno sdoppiarsi che si ripete quando tranquillamente risponde al telefono ad una parente, allucinante.
E la ferita della nostra storia recente che è stato Moro, l’unico morto che lo abbia mai scosso.
Ma il fantasma di Moro lo perseguita, Moro che cammina nella sua prigione, andando verso la macchina da presa e Andreotti che macina metri su metri nel labirinto del corridoio di casa.

Stilisticamte è molto, molto bello.
E’ pur vero che la tensione si perde nel finale, come se la spinta brillante dell’inizio non avesse più verve, ed è un peccato

Ma quello che vorrei sottolineare ora sono le parole di Andreotti alla commissione per le autorizzazioni a procedere, lui che ammonisce di non far governare la magistratura, lui che dice che le accuse rivolte a lui sono fango all’italia, per via del suo ruolo istituzionale:insomma l’origine del berlusconianesimo, stesse parole, stesso sprezzo della magistratura, stessa indignazione di lesa maestà!

E poi l’intervista con Scalfari, immaginaria, uno Scalfari che assurge a ruolo del cittadino, colui che non ha prove, non ha certezze, ma solo dubbi e domande sull’incredibile coincidenza di fatti, di luoghi, tempi, accuse, di amicizie certamente non pulite, di frequentazioni problematiche: è il punto di vista del film, non è una indagine, non ci sono certezze, nulla accusa chiaramente (a parte una certa sentenza), ma solo domande.

2 commenti

  1. Stefania / 4 marzo 2011

    Recensione tecnicamente illuminante, complimenti 😉
    Il gusto compositivo e la fotografia dei film di Sorrentino è sempre eccellente, ma qui, anche dal punto di vista cromatico, è magistrale.
    La Bonaiuto, secondo me, è un’attrice troppo sottovalutata. Ha un viso molto interessante, è intensa, espressiva e molto, molto comunicativa.
    Strepitoso l’incipit del film, con tanto di Cassius sui titoli originalissimi.

  2. belascoaran2 / 26 marzo 2011

    visto oramai qualche anno addietro, mi rimane un giudizio positivo ma qualche eccesso che lo poteva far sfociare a tratti in macchietta, mentre resta tragicamente come sfondo un film di paraneorealismo.

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