Recensione su Il diario di Anna Frank

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Il diario di Anna Frank / 23 gennaio 2017 in Il diario di Anna Frank

L’arduo compito di mettere su pellicola un soggetto tristemente famoso come il diario di Anna Frank tocca – per la prima volta nella storia del cinema – all’americano George Stevens, reduce da due premi Oscar come miglior regista per Un posto al sole e Il gigante.
La scelta è quella di rappresentare la drammatica storia della famiglia Frank (e degli altri coinquilini) come un lungo flashback che il padre, unico sopravvissuto, rivive leggendo le pagine scritte dalla figlia.
Il diario di Anna Frank è forse l’opera che meglio avvicina i ragazzi al dramma della Shoah e questa di Stevens ne è la degna rappresentazione cinematografica, nonostante la riduzione di un progetto che voleva essere più ampio e che è stato ulteriormente tagliato in certi Paesi, tra cui l’Italia.
Premiate con l’Oscar la scenografia inevitabilmente claustrofobica e la fotografia in bianco e nero di William C. Mellor, che si esalta nella scena del primo bacio tra Anna e Peter.
Unico difetto abbastanza evidente della pellicola è la scelta di far interpretare la tredicenne Anna Frank – una normale ragazzina tedesca cresciuta negli anni Trenta – dalla ventenne Millie Perkins, volto aggraziato alla Audrey Hepburn e acconciatura studiata per tentare di ringiovanirla, a fronte di un trucco che va ad esaltarne l’avvenenza. Tutto nella norma nella Hollywood dell’età classica, ma che con il metro di oggi pecca inevitabilmente di veridicità.

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