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Recensione su Il Decameron

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8 ottobre 2014

Pasolini rispolvera in salsa partenopea una delle più celebri opere della letteratura italiana. Vengono rappresentate nove novelle (oltre ad una decima che viene soltanto narrata), due delle quali (quella di Ser Ciappelletto e quella dell’allievo di Giotto) fanno da cornice, rispettivamente, alla prima e alla seconda parte del film, mischiandosi con le altre.
Se Boccaccio è famoso per aver descritto situazioni libertine e disinvolte (boccaccesche, per l’appunto), Pasolini enfatizza il tutto rappresentando le scene senza freni inibitori né censure.
Il tema del sesso è centrale e coinvolge pressoché tutte le novelle (eccettuate le due che fanno da cornice). Viene affrontato con disinibizione e ironia, come a voler, da un lato, combattere i tabù e la morale puritana già fortemente intaccata dal ’68, e dall’altro, rappresentare il sesso come un lato gioioso, scanzonato della vita.
Altro tema principale, meno ricorrente ma ugualmente forte, è quello religioso e della morale religiosa in particolare, sempre criticata tra le righe nelle sue varie possibili manifestazioni d’ipocrisia (la castità dei religiosi, l’idea del sesso come peccato, la ricchezza dei prelati, i presunti santi).
Inutile dire che il film si attirò le più aspre critiche dei moralizzatori dell’epoca, oltre a varie richieste di sequestro e censura (fu tra i primi film italiani a rappresentare esplicite scene di nudo integrale maschile).
Il risultato complessivo è suggestivo ed efficace. Pesa particolarmente nella riuscita generale della pellicola, la scelta di far recitare la maggior parte delle scene in dialetto napoletano (spesso assai stretto) nonché l’ambientazione fortemente popolare, che contrasta con quella borghese di Boccaccio, ma che è particolarmente efficace nel restituire uno spaccato d’Italia senza tempo.
Notevole, inoltre, l’accompagnamento musicale delle varie canzoni popolari che si ripetono con regolarità, curato dallo stesso Pasolini con la collaborazione di Ennio Morricone.
La maggior parte degli attori (eccettuati gli onnipresenti attori-feticcio di Pasolini, tra cui Ninetto Davoli nel ruolo di Andreuccio) sono presi dalla strada, ma la recitazione più che peccare di professionalità risalta per innocenza e comicità.
Lo stesso Pasolini interpreta l’allievo di Giotto nell’episodio che regala la morale poetica dell’opera, l’ideale artistico del regista, nella frase che conclude il film: “Perché realizzare un’opera quando è bello sognarla soltanto?”.

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