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Recensione su Il Decameron

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17 marzo 2013

« Comincia il libro chiamato Decameron, cognominato Prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle in dieci dì dette da sette donne e da tre giovani uomini. » [incipit Decameron, Boccaccio]
Rivive l’immortale opera trecentesca del maggiore intellettuale italiano dell’epoca, Giovanni Boccaccio, grazie all’ingegno e alla penna del maggior intellettuale italiano del novecento: Pier Paolo Pasolini. E’ una libera interpretazione, graffiante, stralunata, provocatoria, votata al piacere dei sensi, quella che il poeta e regista emiliano. Il mondo medievale e borghese della raccolta di novelle del Boccaccio, viene trasferito da Firenze in quel di Napoli, luogo in cui comunque, l’autore dell’opera aveva soggiornato agli inizi della propria carriera. Il film è in dialetto napoletano, a tratti anche molto stretto. L’interpretazione di Pasolini è libera, ed essendo libera permette all’autore di calcare la mano principalmente su alcuni punti, quale l’ipocrisia del mondo creato da Boccaccio, sostituendo l’erotismo casto e bucolico delle novelle, in erotismo spinto e veramente poco casto. Le novelle raccontate sullo schermo sono variegate e si susseguono in ordine temporale, a parte una, quella della ricerca dell’ispirazione da parte di un allievo di Giotto, interpretato dallo stesso Pasolini, che verrà ripresa più volte tra le varie storie. Si raccontano vicende di vita comune per il trecento, tutte legate da un filo conduttore sessuale, o avente a che fare comunque con un vizio umano. Ad esempio, c’è la novella di Masetto, uno spaccalegna che si finge sordomuto in un convento di suore, al fine di poter soddisfare ogni proprio desiderio sessuale e anche i desideri sessuali delle suore, salvo poi pentirsene quando si ritrova a dover soddisfare anche quelli della Madre Superiora, rivelandosi. Per non destare lo scandalo, le suore lo faranno credere miracolato. Altra novella molto ben portata sullo schermo è quella di Meuccio e Tingoccio, i due timorati della morte, che hanno paura di avere rapporti sessuali poiché temono l’inferno. Quando Tingoccio muore, rivela a Meuccio che non v’è alcun peccato nel fare sesso, e quello corre dalla moglie per soddisfare ogni piacere. Il film si conclude con la realizzazione dell’affresco da parte dell’allievo di Giotto. Pervaso da una incredibile vitalità, il film è intriso di tutta la pacatezza formale del mondo, che si ricongiunge all’idea sessuale di Pasolini, come concentrazione di ogni proprio stimolo animalesco. Nei corpi che si uniscono sessualmente, il poeta e regista costruisce tutti i simboli della corruzione trecentesca, tutti i vizi, che appartengono ad ogni ceto sociale, dai più elevati, ai poveri, addirittura agli ecclesiastici. Pasolini destrutturizza il potere, ricordandoci che davanti al sesso anche le classi sociali scompaiono, e che desideri carnali sono desideri comuni a tutti gli esseri umani. Il film è il primo della cosiddetta “Trilogia della vita”, che accompagnerà la produzione cinematografica di Pasolini per un lustro. L’opera pasoliniana è una delle prime in Italia a trattare il sesso così liberamente, proponendo scene di nudo integrale maschile e femminile. Il poeta, attraverso una colta provocazione intellettuale, muove una pesante critica alla visione sporca del sesso della società di fine anni sessanta, proponendo una versione innocentista del desiderio sessuale e del sesso in generale. C’è uno sdoganamento sessuale, forte, certo provocatorio e provocante, ma infinitamente vicino allo stesso modello dell’opera originaria. Così come Boccaccio quasi elogiava il sesso, trattandolo con leggerezza, Pasolini assolve completamente chi lo pratica, chi lo sogna, chi lo vuole. Il sesso è naturale, checchè ne dicano religiosi e benpensanti di tutto il mondo e tutte le epoche. Accentuato è il gusto del moderno di Pasolini, che riesce a rendere quasi contemporanee le novelle del trecento. Si distacca invece dall’opera del Boccaccio, per quanto riguarda il mondo raffigurato: aristocratico quello del Boccaccio, sporco, sottoproletario quello di Pasolini, e per questo si spiega anche il ricorso a un dialetto, quello napoletano, che ben si presta al contesto in cui l’opera è inserita. Il gusto per il decadente, lo sporco, il laido, in modo che ogni bruttura, ogni parte scura dell’epoca in cui ci troviamo, fintamente rappresentata nello squallore medievale, sia messa in risalto, ha da sempre affascinato Pasolini, ma in questo primo capitolo della sua trilogia, è tema principale. Dunque, il poeta, tramite un pervertivismo artistico molto accentuato, provoca, come ha sempre fatto e cerca di scuotere un mondo piatto e senza vita, un’epoca morta, distrutta dai mass-media, che demonizzano qualunque cosa. Il film è di gran lunga il migliore della trilogia, e si serve di un cast di attori noti (Ninetto Davoli, Silvano Mangano) e di molti attori meno noti, i soliti che Pasolini riesce a trovare scrutando la periferia. Alla fine, questo Decameron è quasi una battaglia, tra mondo borghese e sottoproletariato. La borghesia ne esce distrutta nella rivisitazione pasoliniana, ne esce con le ossa tutte rotte e senza più nulla da dire. Non ha vinto nessuno, nemmeno il sesso. Anzi, forse ha vinto l’arte.
« Perché realizzare un’opera quando è bello sognarla soltanto? »

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