Recensione su Il Conformista

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Il lacerante conflitto tra desiderio e razionalità. / 25 ottobre 2014 in Il Conformista

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Di Bertolucci, finora, ho visto pochissimo e Il conformista, scelto quasi per caso per una visione casalinga, senza alcuna preparazione accessoria (non ho letto neppure l’omonimo romanzo di Moravia da cui è stato tratto), mi ha colpito molto e positivamente, affascinandomi per la sua estetica e per la splendida fotografia di Storaro.
Non è la prima volta che il nazifascismo viene rappresentato cinematograficamente come apologia decadentista, con marcati risvolti psicanalitici legati alla sfera sessuale, quindi Bertolucci, insistendo su questo aspetto del racconto, non propone alcunché di inedito.
Eppure, la ricchezza visiva, accentuata da una splendida opulenza di luci, superfici, carni, elementi architettonici esplora una dimensione fatta di pura psiche e senso estetico di derivazione plastico-pittorica che mi è parsa davvero pregevole, quantomai affascinante.

Si badi bene: quest’opera di Bertolucci non è solo un esercizio di ottima fotografia: Il conformista è un film narrativamente complesso, un continuo alternarsi di chiaroscuri, sotteso da una certa ironia e da un inaspettato gusto per il “buffo” e, all’estremo, per l’atroce che lo caratterizzano prepotentemente.
L’evidente complesso edipico del protagonista, Marcello (un eccellente Trintignant), è alla base di detta decadenza, una condizione mentale che si riflette in ogni dettaglio della sua vita e che fa il paio con la situazione sociopolitica europea del tempo.
Fin dall’infanzia, Marcello si sente diverso da chiunque altro ed egli non riesce a sopportare la propria alienazione, pur non mostrando sempre apertamente il viscerale disgusto per tale diversità.
Questa insofferenza emerge solo a tratti: quando, per esempio, si lamenta delle condizioni della villa in cui vive con la madre (“Come si fa a crescere in un posto del genere? Questa decadenza mi dà la nausea”), oppure quando ricorda il momento-chiave della sua pubertà, l’abuso subìto.
Marcello cela il proprio disagio dietro un educato cinismo ed alla reiterata dichiarazione di voler essere conforme al resto della società.
“E, poi, com’è stata la sua vita sessuale?”, gli domanda morbosamente curioso il prete confessore. “Normale. Il bordello a diciott’anni [ecc.]”.

La prassi sociale, l’allineamento, l’aderenza ad ideali, come quelli del fascismo, che, in realtà, egli non accetta, non comprende e, addirittura, rifiuta con violenza (si vedano le domande inquisitorie, cattive, fatte al padre, ex-squadrista, chiuso in manicomio, forse minato dal rimorso per aver ceduto anch’egli al desiderio di “conformità”, più che dalla follia sifilitica) sono la sua massima ambizione e sembra porsi in antitesi al mito dell’unicuum, del superuomo che, solitario, guida animi e nazioni.
Quello di Marcello è un conflitto lacerante tra desiderio e razionalità, un compromesso irraggiungibile che lo trasforma in carnefice, finalmente omologato ma comunque infelice.

Ho saputo che il ruolo della Sandrelli (bravissima) era stato proposto a Florinda Bolkan: davvero non riesco ad immaginare come un’altra attrice avrebbe saputo incarnare la svanita leggerezza con cui Giulia affronta la vita, in maniera conforme a ciò che Marcello agogna.

Grande cinema italiano.

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