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Recensione su Il cavaliere oscuro

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9 luglio 2014

La trilogia di Nolan sul pipistrello, e in particolare questa sua seconda parte, incentrata sulla profonda trasformazione del personaggio, la cosiddetta investitura a cavaliere oscuro, di origine milleriana, si basa essenzialmente su un concetto. Quello di conferire ad un supereroe una figura sempre più umana, in modo da trovare in essa tutte quelle debolezze e virtù che la contraddistinguono. Partendo dal presupposto che ormai di super, questi supereroi non hanno più niente, o almeno, non gli dipingono più niente, non rimane che una profonda caratterizzazione degli stessi, che si riflette in una realtà ormai povera di immaginazione.
Se questa assuefazione alla realtà ha colpito numerosi registi di film e serie tv, dove ogni genere, anche quello fantascientifico, deve necessariamente conformarsi alle regole e ai limiti imposti dalla scienza odierna, ci si aspetta almeno che nei fumetti, o nelle trasposizioni cinematografiche di questi, ci si possa almeno sbizzarrire con la fantasia. Aspetto ahimè, ormai tramontato.
Questa analisi porta ad una precisa direzione, quella che Nolan ha impostato nel suo arco narrativo, regalandoci un batman alla stregua di un antieroe maledetto, che di per se restituisce vigore e fierezza al personaggio, ma infondendogli anche un’aura di ”normalità”, in parte lontana dall’archetipo di supereroe che, sin dal 1939 ad oggi, soprattutto i più piccoli hanno costruito. Infatti, immaginandomi bambino, non potrei che pensare al batman di Burton, quello che seppur con movimenti goffi ed impacciati, riusciva, anche coadiuvato da ambienti gotici e d’atmosfera, e da musiche Elfmaniane d’eccellenza, a rendere viva tutta quell’illusione che creava il mito.
Detto questo, il film non ha grandi pecche, anche se i momenti di tensione che dovrebbe creare ( almeno a mio avviso ) sono pochi, in quanto convergono sempre verso un epilogo scontato. Come l’episodio in cui Harvey Dent e Rachel Dawes vengono rapiti dal Joker, in cui non certo occorre una deduzione alla Sherlock Holmes per capire l’evoluzione del suo tranello.
Difatti, proprio in tali punti davanti a me si è sgretolata l’immagine dell’ala d’acciaio, in quanto nei fumetti rappresentato come il migliore dei detective, e da questi educato nell’affinata arte della deduzione.
Ultima riflessione va fatta in virtù della magistrale interpretazione di Ledger, in grado di costruire un Joker lontano dalla vetusta immagine di Nicholson (a mio avviso, l’unico vero Joker), che, sebbene dia al film una potenza espressiva degna di tale nome, oscura completamente la figura del pipistrello, annientando quel gioco di luci ed ombre che si crea tra il protagonista ed il suo antagonista, lasciando a fine visione il pensiero di aver assistito ad un lungo monologo di quest’ultimo. Ovviamente il motivo non risiede nella differenza di bravura tra i due attori, ma in una inadatta scrittura, che non ha saputo bilanciarne i pesi.

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