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Recensione su Il capitale umano

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21 maggio 2014

Un film amaro, duro, che punta una fastidiosissima luce al neon su tutta l’ipocrisia e la superficiale smania di avere, di arrivare, che pervade molti di noi, portandoci a mercificare tutto, finanche l’uomo, il valore della vita.
Un ritratto contemporaneo di una parte della nostra società che lascia un perdurante amaro in bocca. Di quelli fastidiosi ma al contempo in grado di risvegliare lo spettatore dal torpore facendolo stare ben dritto sulla sedia, teso in un coinvolgimento emotivo che mescola rifiuto ed attrazione in un meccanismo davvero efficace.
La struttura è molto dinamica: il film ci viene raccontato ripercorrendo gli stessi eventi dai punti di vista di diversi personaggi, così permettendo allo spettatore di realizzare una delle più grandi fonti di piacere, ossia l’entrare dentro le porte prima chiuse, l’ascoltare le conversazioni prima celate, il conoscere le trame prima nascoste.
E questo senso di appagamento che monta piano piano, conferisce alla pellicola il giusto climax, un andamento crescente che sfocia in un finale ben architettato.
La storia ruota intorno ad un incidente stradale nel corso del quale un ciclista viene travolto, di notte, e sbalzato fuori strada, finendo in ospedale in gravi condizioni.
Ma questo evento, che pure leggendolo così sembrerebbe dover essere centrale ed assorbente, resta sempre ai margini della narrazione, ci viene raccontato attraverso poche immagini riflesse in schermi televisivi sullo sfondo, non cattura mai l’attenzione dei personaggi. Fino a quando non esplode, andando ad intaccare le loro fragili esistenze. Allora sì, li smuove dalla loro pigra indifferenza, generando le più diverse reazioni, che ci mostrano goffi tentativi di contatto umano, di riscatto, di protendersi verso l’altro, e poi, con un crudo disincanto, quanto l’uomo possa svendersi o arrivare a negarsi quando naviga in acque tempestose dopo anni di bonaccia.
I personaggi sono tutti, o almeno buona parte, individui in bilico tra l’essere e il dover essere, tra il miraggio di una felicità da agguantare alla prima buona, seppur moralmente discutibile, occasione.
Perchè tutto è lì solo in attesa di essere accaparrato dal più scaltro, dal più veloce. Da quello che ha più brama.
Vivono fuori dalla realtà eppure ne sono protagonisti così tristemente esemplari.
E così non ci sono più limiti, si può arrivare a vedere e comprare la verità, a costo di una vita, perchè no. E in questo quadro, in cui, forse, il più apparentemente spietato è, quantomeno, il più coerente, ciò che conta è ciò cui può essere attribuito un valore economico. Anche l’affetto ne ha uno.
Una regia dinamica ed essenziale. Ottime interpretazioni di tutto il cast, in particolare del sempre bravo Bentivoglio.
Un film da vedere, che combina l’acutezza dello sguardo di un autore e regista italiano di grande talento e una struttura che nulla ha da invidiare alle produzioni hollywoodiane del genere.
Da vedere. Virzì si riconferma ottimo esponente del nostro cinema e, in generale, della settima arte.
Per me un 8/10.

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