Recensione su Il campione

/ 20196.221 voti

Efficace / 14 Novembre 2019 in Il campione

I film sportivi non sono granché battuti dal cinema italiano e quelli sul calcio sono perlopiù macchiettistici (con l’esclusione di Ultimo minuto di Pupi Avati con Ugo Tognazzi). Nel 2016, Matteo Rovere ha cambiato le carte in tavola con l’efficace Veloce come il vento, ambientato nel mondo delle corse automobilistiche: ritmo, azione e una storia narrativamente valida, con buoni interpreti (e uno Stefano Accorsi particolamente in bolla). Non mi sembra un caso che anche questo Il campione giri bene e riesca a mescolare in maniera interessante il racconto di formazione con il contesto sportivo. Infatti, il film è sì scritto (insieme a Giulia Louise Steigerwalt e Antonella Lattanzi) e diretto dall’esordiente Leonardo D’Agostini, ma è anche co-prodotto da Rovere, che, nel frattempo, ha riletto bene pure il genere peplum con Il primo re (2019), e da un altro giovane regista, Sydney Sibilia, che con Smetto quando voglio (2014) ha dato una rinfrescata generale alla commedia italiana.

Il campione intrattiene e appassiona con pochi ingredienti e un buon protagonista, Andrea Carpenzano (che, però, mi auguro riesca a liberarsi, prima o poi, dai lacciuoli dei ruoli de borgata, in cui, comunque, è efficacissimo).
Anche qui c’è Accorsi e la sua prova non dispiace, ma c’è qualcosa, nella sua interpretazione, che suona artificioso e rovina un po’ la sua prestazione complessiva. Fra l’altro, l’inserto sul dramma del suo personaggio mi è sembrato abbastanza superfluo: immaginando che non esista e che la sua crisi personale possa essere ricondotta ad altri motivi (o possa non esserci, perfino), il racconto regge ugualmente senza risentirne affatto (non approfondisco, per evitare spoiler).
Narrativamente, poi, sono rimasta interdetta per una cosa: dal punto di vista emotivo, la squadra di Ferro è inesistente e mi pare strano, anche se, forse, è voluto. Il giovane bomber è avulso dal gruppo sportivo di cui fa parte e mi pare atipico, perché non sembra esserci nessun contatto, positivo o meno, con i suoi compagni, come se avesse a che fare con loro solo in campo.

Tecnicamente, il film è molto buono: bravo D’Agostini, belle e credibili le scene sportive, azzeccata la fotografia di Michele Paradisi, buone musiche (originali e non, ci sono pure i Black Keys, yeah), curati gli effetti visivi.

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