Recensione su Il Buco

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Una grande e ben congegnata allegoria sociale / 9 Aprile 2020 in Il Buco

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

El hoyo (Il buco) è un film diretto dal regista esordiente Galder Gaztelu-Urrutia, qui al suo primo lungometraggio. La pellicola mescola con grande saggezza il dramma, il thriller e l’horror, trattando tematiche distopiche e a tratti grottesche.

Il film è ambientato su una struttura verticale su più livelli, o piani, come fosse una prigione con una struttura a condominio. Questi livelli sono abitati da due persone per ogni livello, ed ogni mese queste si sveglieranno in un nuovo livello che potrebbe essere di gran lunga superiore o inferiore a quello dove si trovavano in precedenza. La posizione del livello in cui ci si troveranno sarà di vitale importanza. Non si conosce il numero esatto dei livelli che compongono la struttura, e nemmeno chi lavora per l’amministrazione che la gestisce ne conosce l’esatto numero. Al piano 0 di questa struttura dei cuochi cucinano piatti deliziosi e raffinati, i piatti preferiti delle persone che abitano questa struttura. Ogni giorno una piattaforma che parte dal piano 0 scende man mano ogni livello dove le persone cominceranno a sfamarsi delle cibarie sulla piattaforma con voracità golosa. Come ci si può aspettare man mano che la piattaforma scende al piano inferiore il cibo sarà sempre di meno per via dell’ingordigia delle persone del piano superiore che in preda a un delirio di abbondanza, della paura del mese dopo di trovarsi a livelli inferiori, nonché il disprezzo di coloro che attualmente li abitano, mangiano e pestano il cibo come fossero animali; mentre nei piani inferiori la gente sì dà all’omicidio e al cannibalismo per disperazione dovuta alla mancanza di cibo. Sarà il protagonista Goreng, il quale decise di portare con sé il libro di Cervantes, Don Chisciotte – a differenza di altri che hanno portato balestre, pistole, coltelli con sé – stanco della situazione e mosso dai suoi nobili ideali a voler cercare di cambiare il sistema che regola questo posto.

El hoyo è un film surreale, grottesco, una gigantesca allegoria sociale, economica, politica ed anche religiosa sul sistema che regola la grande macchina socio-economica della società in cui viviamo. E’ un film originale, particolarmente ispirato con dovizia e attenzione per i dettagli. Ho trovato ogni scena di questo film veramente significativa, una spinta per una riflessione ponderata su ciò che ci circonda e su chi siamo.
Un film che sprona a un altruismo collettivo col fine ultimo di tutelare l’egoismo individuale che caratterizza ognuno di noi.
Criptico e di libera interpretazione l’intera storia, lo è in particolar modo il finale che spiazza lo spettatore e per il quale merita un’attenzione e una riflessione di riguardo.

Raggiunto il fondo della struttura, al livello 333, il protagonista portando con sé una tortina di panna cotta da preservare col fine ultimo di riportarla in cima come messaggio sovversivo a un sistema che non ha vinto, ma dove gli uomini hanno saputo resistere; il protagonista troverà una bambina, quella bambina che una donna che abitava questa struttura stava cercando disperatamente da mesi, apparentemente sua figlia.
Credo che la bambina stessa rappresenti il barlume di speranza in un lungo tunnel fatto di orrori e dove sembra non vi sia cambiamento e scampo. Di fatto la bambina non dovrebbe esserci perché per regolamento l’amministrazione vieta che ragazzi al di sotto dei 16 anni siano presenti all’interno della struttura; eppure c’è, come a dire che nonostante il sistema sembri infallibile nelle sue rigide e inflessibili regole e che non abbia modo di essere piegato e sconfitto, in realtà un modo, una speranza, c’è ed là, basta solo avere la forza di volontà di cercarla nel fondo. Come nella leggenda mitologica del Vaso di Pandora questa si trovava nel fondo, prima di tutti gli orrori e i mali del mondo, non riuscendo ad uscire prima che il vaso venisse nuovamente chiuso.
E’ una volta toccato completamente il fondo che si può forse ritornare a salire di nuovo in cima e rivedere la luce dal profondo baratro dell’oscurità dell’animo umano.

Ho apprezzato molto l’allegoria biblica del finale, ovvero che il messaggio non ha bisogno di un messaggero, un po’ come quando il saggio indica la luna e lo stolto guarda il dito. Spesso sfugge l’ideale ricordandosi solo della sembianza fisica di chi lo ha portato, tralasciando così l’ideale stesso. Per questo motivo il protagonista dovrà lasciare la piattaforma e addentrarsi nell’ombra rinunciando alla vanità umana di aver portato il messaggio speranza.
Penso quindi che la bambina rappresenti in qualche modo una forma di speranza legata all’innocenza dell’età infantile.

Altro aspetto che ho apprezzato è il messaggio sociale ed economico che gira intorno alla storia. Il fatto che il destino delle persone sia in continuo mutamento, che un giorno si può essere fortunati e l’altro no, che si può ora non avere bisogno ma domani sì, che c’è chi “nasce” ricco e chi “nasce” povero, che è tutto un caso e in virtù di questo bisogna essere solidali nei confronti degli altri sia per una forma di altruismo sia per una forma di egoismo (oggi tu hai bisogno di aiuto, ma domani IO potrei aver bisogno di aiuto, perciò aiuto te oggi perché tu aiuti me domani).

Infine penso che anche il romanzo di Cervantes, Don Chisciotte – il libro che il protagonista decide di portare con sé all’interno della struttura – abbia un ruolo rilevante e simbolico alla comprensione della trama nel suo complesso. Purtroppo non l’ho mai letto ma in grandi linee so che il personaggio è un idealista, che lotta contro mulini a vento che lui considera dei giganti e che più volte viene scaraventato dal cavallo nel tentativo di disarcionarli. Un po’ quello contro cui ha dovuto combattere il protagonista. Non so tuttavia come finisce il romanzo e credo sia un indizio in più sulla spiegazione del film.

Gli spagnoli negli ultimi anni hanno stupito il mondo con le loro produzioni cinematografiche e televisive originali e di alta qualità, e per farlo si stanno facendo dare una mano da Netflix per la distribuzione. Tra La Casa di Carta, Klaus, La trincea infinita e Il buco, la Spagna sta dando dimostrazione di un grande potenziale a lungo sottovalutato.

La visione di questo film mi ha ricordato molto “Madre” di Darren Aronofsky per via dei suoi simbolismi e dell’aspetto confuso e grottesco. Un altro film che consiglio caldamente di guardare.

Voto: 8½

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