Recensione su Il bambino con il pigiama a righe

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27 Gennaio 2015

Ci sono due diverse tipologie di film che trattano il tema dell’olocausto: quelli che narrano di storie realmente accadute (magari romanzandole un po’, ma comunque in modo verosimile) e quelli che invece inventano una storia, più o meno plausibile, per far riflettere su quell’orribile episodio della storia del Novecento.
Tra questi ultimi vanno annoverati film quali La vita è bella, Train de vie, nonché questo film di Mark Herman, che usa un approccio completamente diverso dagli altri due anzidetti.
La shoah viene infatti mostrata attraverso gli occhi di due fanciulli di otto anni, il figlio di un comandante delle SS, inviato come ufficiale in un campo di concentramento, e un bambino ebreo internato nel lager stesso.
Sicuramente un’idea interessante (il film è tratto dal romanzo di John Boyne), con un finale fortemente tragico.
La storia narrata è tuttavia ricca di fatti inverosimili, di forzature costruite ad arte per far funzionare l’idea di fondo.
Eppure, verrebbe da dire, anche La vita è bella è assolutamente inverosimile! Forse anche più inverosimile di quanto sia la storia del piccolo Bruno e del suo amico Shmuel.
Ciò è vero, per certi versi. Tuttavia, secondo il mio personalissimo parere, un film come La vita è bella, pur nella sua artificiosità, è stato capace di toccare delle corde dentro di noi che altre pellicole non hanno saputo toccare, limitandosi a presentare una bella storia, con una morale profonda, ma incapace di regalare le medesime emozioni.
Ma qui si finisce chiaramente nel soggettivo.
Resta dunque, a mio parere, un film più apprezzabile per l’intenzione che per l’esecuzione, dove la violenza e la drammaticità dell’accaduto vengono edulcorate per rendere possibile la visione anche ad un pubblico più giovane (e questo è indubbiamente un aspetto positivo).

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