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Recensione su I giorni contati

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La vita e niente altro / 16 dicembre 2011 in I giorni contati

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“I giorni contati” è l’opera più personale e sentita di un regista, Elio Petri, ancora oggi troppo colpevolmente sottovalutato. All’epoca della sua uscita nelle sale cinematografiche, il pubblico bocciò clamorosamente questo bellissimo film. Forse la causa del suo insuccesso commerciale è da ricercare nella cupezza e nella disperazione che permeano la storia da esso narrata, una storia su cui aleggia fortemente il tema della morte, ragione per la quale la gente, nel ‘62, non accorse in massa al cinema per vedere tale splendido film.
Peccato. Il tempo, che spesso è galantuomo, ha comunque reso giustizia a questo titolo, al punto che oggi lo stesso viene quasi unanimemente considerato come uno dei lavori più belli di Petri.
Rimane tuttavia la curiosità di sapere, nel caso “I giorni contati” avesse perlomeno fatto registrare un buon incasso, come sarebbe proseguita la carriera del regista; se avesse ottenuto un riscontro favorevole al botteghino con una pellicola così angosciante, Petri avrebbe continuato su questa strada? E i film, meno tetri e più “spettacolari”, che ha realizzato in seguito, li avrebbe concepiti lo stesso?
Per farla breve: se “I giorni contati”, anziché un flop, fosse stato un successo, Petri avrebbe in ogni caso diretto pellicole come “Il maestro di Vigevano”, “La decima vittima”, “La classe operaia va in paradiso”, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, “A ciascuno il suo” e “Todo modo”? La risposta, ovviamente, non la sapremo mai.
Quindi è meglio lasciar perdere le ipotesi fantasiose, tanto affascinanti quanto inutili, con le quali si cerca di immaginare quello che poteva essere e invece non è stato, per passare a parlare del film in questione.
Partendo da uno spunto personale (il padre del cineasta abbandonò il lavoro a cinquant’anni), Petri elabora una vicenda dai toni amari e riflessivi, il cui personaggio principale è un uomo, vedovo, di cinquantatré anni, Cesare Conversi, di professione idraulico, che, una mattina come tante, mentre si trova a bordo di un tram, assiste alla morte repentina di un suo coetaneo. Cesare nemmeno lo conosceva, il defunto, ma il solo fatto di averlo visto morire davanti ai suoi occhi increduli è stato sufficiente a farlo entrare in paranoia.
Da quel momento, egli vive nella ferma convinzione che la morte lo possa cogliere da un giorno all’altro.
Sicuro di ciò, contando sul fatto di avere a disposizione un po’ di denaro messo da parte in oltre trent’anni di duro lavoro, decide di abbandonare la propria attività per godersi appieno quel poco che, secondo lui, gli rimane ancora da vivere prima che la morte lo prenda con sé.
Completamente libero dagli obblighi della sua professione, Cesare comincia a vagare per Roma senza una meta precisa, quasi come fosse un fantasma.
Il suo vagabondare lo conduce in posti nei quali non era mai stato, a conoscere persone provenienti dal mondo dell’arte, ad imbattersi nei suoi amici, che si diverte a prendere in giro (come quando porta uno di loro al cimitero per dimostrargli quanto sia effimera la vita) perché, a suo dire, perdono tempo a lavorare invece di godersi l’esistenza, e ad incontrare una sua ex, Giulia, con la quale prova, invano, a riallacciare una relazione.
E’ tentato, Cesare, dall’idea di trasferirsi a vivere nel suo paese natale, da cui manca da un sacco di tempo, ma quando vi si reca, lo trova quasi totalmente disabitato, il che lo induce a fare un mesto ritorno nella Capitale. Afflitto e allo sbando, Cesare si accorge che i soldi di cui disponeva sono finiti. Per racimolare un po’ di quattrini, si lascia coinvolgere in una pericolosa truffa ideata da alcune persone poco raccomandabili ai danni della società che gestisce i mezzi di trasporto pubblico di Roma.
L’imbroglio prevede che Cesare si faccia spezzare un braccio, possibilmente il destro perché, come gli suggeriscono gli organizzatori del raggiro, rende di più in termini di risarcimento, e che poi dica di esserselo rotto mentre viaggiava sull’autobus.
Sulle prime l’uomo accetta, ma al momento del dunque la paura lo assale inesorabilmente: sempre più terrorizzato, Cesare comprende che non vale la pena farsi fracassare un braccio per un po’ di soldi e decide pertanto di scappare, facendo infuriare non poco i malfattori con i quali si era messo d’accordo.
Fallito miseramente questo tentativo, a meno che non voglia morire di fame, egli non ha altra alternativa che riprendere a svolgere il suo vecchio lavoro.
Dopo una bella opera prima, “L’assassino”, Petri, alla sua seconda regia, realizza un film rischioso ma riuscito in pieno, in cui racconta, con mano ferma e sicura, una storia elegiaca e lugubre, debitrice nei confronti di “Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman e “Il grido” di Michelangelo Antonioni.
Girato con uno stile rapido e incisivo, che coniuga l’immediatezza del Neorealismo (evidente la lezione di Roberto Rossellini) con le “sgrammaticature” tipiche della Nouvelle Vague (le riprese effettuate a mano richiamano lo stile di Jean-Luc Godard), “I giorni contati” è un film struggente e lirico, tutto centrato sul dramma di un uomo umile che all’improvviso viene colto dalla paura di essere arrivato al capolinea della sua esistenza.
Convinzione che lo porta ad intraprendere una specie di viaggio alla (ri)scoperta di sé, nel tentativo estremo di recuperare il tempo perduto: un viaggio, quello di Cesare, all’insegna della disperazione, che gli dà modo di confrontarsi, oltre che con se stesso, anche con le altre persone, in particolare con quelle della sua età, che lui tenta di persuadere a seguire il suo esempio.
Alla fine del suo cammino, egli uscirà sconfitto e umiliato: si renderà conto di aver sbagliato a lasciare il suo lavoro, perché, semplicemente, senza soldi è impossibile vivere, ma quando deciderà di tornare a fare l’idraulico, sarà ormai troppo tardi. La vita è spietata, e non perdona chi, come Cesare, ha avuto l’ardire di giocare con essa.
Il finale, amaro e beffardo (indimenticabile il tram che viene “inghiottito” dal buio), è perfettamente coerente con quanto la pellicola ha raccontato in precedenza.
La sceneggiatura, firmata dal regista stesso con la collaborazione di Tonino Guerra e Carlo Romano, elude abilmente le trappole del patetico, e oltre a disegnare con grande perizia la figura di Cesare, propone una serie di personaggi secondari ben tratteggiati: il mercante d’arte (interpretato da Vittorio Caprioli), che rappresenta un mondo rispetto al quale Cesare si sente estraneo; l’ex fidanzata, Giulia, con cui l’idraulico ha un “breve incontro” all’insegna del rimpianto e della disillusione; la figlia della padrona della pensione, che anziché lavorare preferisce farsi mantenere dagli uomini ricchi; l’amico che passa le ore serali e notturne a dipingere la segnaletica stradale; e i farabutti che architettano la truffa nella quale si fa coinvolgere Cesare.
La regia di Petri, che non sbaglia un colpo, tallona senza un attimo di tregua il suo protagonista mentre vaga per Roma nel disperato tentativo di dare un senso alla propria vita.
Da ricordare la notevole interpretazione di Salvo Randone (per il ruolo da lui ricoperto il regista indicò al produttore, Goffredo Lombardo, tre nomi: Jean Gabin, Totò e lo stesso Randone; venne scelto quest’ultimo perché, come disse una volta Petri, rispetto ai primi due, “costava meno”), che senza strafare riesce a rendere perfettamente lo smarrimento che coglie il suo personaggio dal momento in cui assiste alla morte istantanea di un suo coetaneo.
Una prova attoriale davvero pregevole quella di Randone, tanto da essere un vero e proprio valore aggiunto della pellicola.
Meritano una menzione anche l’ottima fotografia di Ennio Guarnieri, la suggestiva colonna sonora di Ivan Vandor e il montaggio dinamico di Ruggero Mastroianni. Se non conoscete il cinema di Elio Petri e volete farvi un’idea di quanto fosse bravo come regista, “I giorni contati” è il film ideale per cominciare ad addentrarsi nella filmografia dell’autore romano. Potete stare certi che non rimarrete delusi.

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