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Recensione su I gatti persiani

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22 dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Bah. Sssso, è questa la storia, formato documentario, di Ashkan e Negar, o comunque dei nomi giù per là, coppia di giovani che vogliono mettere su un gruppo a Teheran e poi andarsene a suonare a Londra. Il che invece, a Teheran, non è minchia minchia facile, manco per un po’. É così che, aiutati da un faccendiere buffone che si dovrebbe occupare di avere i passaporti falsi e tutte quelle robe lì che per noi esistono solo nei film, girano la città per trovare componenti del gruppo. Il filo narrativo è in realtà il pretesto per passare in rassegna, e perdonate l’espressione, la Teheran sottorranea, e tutti i generi che in essa si suonano. Di nascosto, nascostissimo, perché i Pasdaran iraniani la musica la odiano a fuoco e fiamme, e questi poviri giovinazzi son costretti a suonare di nascosto senza farsi sentire da nessuno, nelle soffitte, in aperta campagna, nelle stalle con le mucche, sempre a temere che arrivi la polizia e se li porti via. Sia detto che il migliore è il tipo che fa rap in farsi, ma passano veramente attraverso qualsiasi genere, metal e dance e folk, dappertutto, finisce con una retata e finisce male. Perché i sogni si schiantano per terra.
Il tutto è una scusa per dire che sotto il mantello del regime iraniano i gggiovani ci sono, son vivi e cercano disperatamente di essere normali come quelli dei paesi liberi. E anche se per ora continuate a schiacciarci la testa, figli di troia, prima o poi la alzeremi. Ecco, questo è lo spirito del film!
Il tutto girato ovviamente in clandestinità totale, che se lo beccavano gli facevano un culo così. E tipo in tre settimane, perché i due protagonisti erano davvero in procinto di partirsene per Londra, senza schiantarsi.

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