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Recensione su I Delfini

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Abbozzi di conflitti / 10 agosto 2015 in I Delfini

Del film di Maselli mi ha deluso l’irresoluta rappresentazione della noia atavica dei Delfini protagonisti: pur comprendendo la ritrosia dell’epoca a mettere in scena esplicitamente certe scabrosità, i vuoti passatempi e i più o meno aperti contrasti e ribellioni di questi ragazzi mi sono parsi malamente esposti.
È chiaro che molto cova sotto la cenere e che una descrizione dettagliata delle loro fughe più o meno pindariche dal contesto sociale in cui sono cresciuti non avrebbe comunque giovato: il fatto è che questi ragazzi non sono tali, sono presunte rappresentazioni di una giovinezza che di ribelle ha solo i cliché.

In primis, la scelta di un cast anagraficamente sballato non ha certo giovato alla citata timidezza della sceneggiatura: ad eccezione della Cardinale, ventiduenne all’epoca delle riprese, l’età media degli attori si aggirava intorno ai ventisei anni, con la vetta dei 37 di Betsy Blair (la Cherè), quando avrebbero dovuto impersonare dei ventenni. Come dare credibilità a volti così maturi ed insinceri?

In secondo luogo, i vari complessi che affliggono i personaggi non assumono mai una forma precisa, galleggiano a mezz’aria, incorporei: oltre all’apatia e ad una certa propensione per la violenza fisica, emerge ben poco.
La massa indefinita dei Delfini ribolle stanca senza un profilo preciso: non vi è cultura (checché si impegni a suggerire il personaggio di Anselmo, il pensatore della situazione, afflitto dal blocco dello scrittore e circondato senza senso di continuità da riproduzioni di quadri di De Chirico e Picasso che suo padre, didascalicamente, non capisce), filosofia sociale o politica che sembri interessarli.
Il rifiuto del lavoro o della ricchezza non si basa su una critica più o meno costruttiva al capitalismo, per esempio, ma è rifiuto in quanto tale, suona quasi come un capriccio, o poco più: la negazione è vuota.

Nonostante tutto, la dolenza andante del racconto ha un suo perché e la descrizione conclusiva del fallimento ha, finalmente, un’amarezza compiuta, quasi grottesca, che, seppur in maniera episodica e relegata -ahimé- nel finale, mi ha colpita positivamente.

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