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Recensione su I Am Not a Serial Killer

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Un horror thriller tra Dexter, Fargo e Six Feet Under / 4 giugno 2017 in I Am Not a Serial Killer

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

John Wayne Cleaver ha 15 anni e non è un ragazzo come tutti gli altri: si chiama come il famoso attore protagonista di tanti film western, ma anche come John Wayne Gacy, un efferato killer noto come Killer Klown per via del proprio lavoro, animatore di feste di compleanno vestito da Clown; manifesta tutti e tre i sintomi della Triade di MacDonald (enuresi, piromania e crudeltà sugli animali), caratteristica riscontrata nella maggior parte dei serial killer, personaggi verso cui il ragazzo ha una vera e propria ossessione; è in cura da uno psicologo che gli ha diagnosticato un disturbo antisociale di personalità; è cresciuto aiutando la madre e la zia nella loro agenzia di pompe funebri; è morbosamente attirato dai corpi morti che vengono ricomposti nell’obitorio dell’attività di famiglia; l’unica persona che può definire amico è il compagno di scuola Max, frequentato in realtà più per sentirsi “normale” che per dei veri sentimenti. Insomma John Wayne Cleaver ha tutte le carte in regola per intraprendere la strada dei suoi tanto ammirati assassini seriali e lui questo lo sa benissimo, ma non vuole che questa possibilità si realizzi. Per tenere le sue pulsioni sotto controllo ed evitare che il suo lato oscuro (il Signor Mostro – Mr. Monster – come lo ha lui stesso denominato) prenda il sopravvento, si è quindi imposto delle regole di comportamento che verranno messe però a dura prova quando una catena di omicidi sconvolgeranno Clayton, la piccola cittadine del Midwest in cui abita. John inizia così la sua personale indagine alla ricerca di quello che si rivelerà qualcosa di molto più terrificante di un “banale” serial killer. Tratto dal romanzo Io non sono un serial killer di Dan Wells, primo di una trilogia che comprende anche “Mr. Monster” (2010) e “I Don’t Want To Kill You” (2011), il film ricorda in alcuni punti le serie televisive “Six Feet Under” (per l’impresa di pompe funebre a conduzione famigliare) e “Dexter” (per il serial killer, in questo caso ancora ancora in erba, che si dà delle regole e che riconosce la presenza di un passeggero oscuro che scalpita nella propria mente), mentre l’ambientazione nell’innevato e freddo Midwest richiama alla memoria “Fargo” dei fratelli Coen. Il romanzo, commercializzato come un’opera per “giovani adulti” ma capace comunque di suscitare inquietudine ben al di sopra di altri prodotti etichettati come tali, è trasposto sullo schermo con relativa fedeltà. Molti dialoghi sono ripresi così come scritti sulla carta stampata. Diversa è la successione e la modalità di alcuni omicidi e anche il finale appare più complesso e lungo. Questo perché nel romanzo la natura non umana dell’assassino è rivelata già dai primissimi capitoli, mentre la sceneggiatura della pellicola ha voluto tenere la sorpresa per il finale (anche se la foto al telegiornale di una presunta vittima del 1971 è un indizio forse difficile da cogliere, ma abbastanza rivelatore). Il romanzo, da questo punto di vista perde molto in mistero, ma all’autore forse interessava di più esplorare la mente di questo giovane sociopatico che narra la vicenda in prima persona. Nel romanzo siamo quindi proprio dentro i suoi pensieri, sappiamo cosa pensa, come reagisce alla inquietante successione di eventi e come cerca di tenere a freno la propria natura più intima. Il film, di contro, guarda in modo freddo il giovane protagonista dall’esterno e anche se per tutta la narrazione lo seguiamo passo per passo, appare difficile decifrare quali sono effettivamente i suoi pensieri se non si è letto il romanzo (forse a questo scopo avrebbe giovato la presenza della sua voce fuori campo).

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