Recensione su L'arco

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15 Dicembre 2013

Kim Ki-Duk trasforma nuovamente la poesia in cinema, dove la storia è secondaria alla potenza simbolica di immagini e riti e dove la musica surclassa la parola.

Una sorta di fiaba (ovviamente) non realistica/plausibile è raccontata ne L’arco, un lavoro forse meno riuscito di altri, ma non per questo poco valido.

Dove l’arco stesso è fautore di armoniose melodie e al contempo arma letale per proteggere da ogni pericolo la propria amata.
Ed è questo il sogno del vecchio pescatore, quasi aguzzino, quasi maniaco.
Occuparsi della ragazza ed averla tutta per sé, nell’estenuante attesa che lei compia la giusta età per poterla sposare con un matrimonio tradizionale che sta progettando da mesi, racimolando un oggetto dopo l’altro.

Kim Ki-Duk fa succedere tutto lentamente, rappresentando il mondo in un gesto o in un sorriso di persone che non parlano mai. Colorando il proprio ambiente come può.

Il tutto girato a bordo di un barcone scassato di pochi metri, nel quale è racchiusa un’intera realtà. Un mondo d’amore che si riveste di prigionia, ma che non sa soffocare l’anima con il peso dei sentimenti.

Un film forse che eccede nel manierismo, ma che colpisce con un finale da freccia nel cuore.

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