Recensione su Hunger

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Controcorrente… / 1 Maggio 2012 in Hunger

…forse, comincio con il dire che, come si sa, Hunger è un’opera prima, ma, aggiungerei, si vede. Certamente, dietro questa affermazione c’è il vantaggio di averlo visto dopo Shame.

McQueen conferma (ops) la sua bravura, anzi, ne conosciamo già l’evoluzione, e sappiamo che non solo non delude, ma anzi migliora, si affina, si fortifica, si approfondisce.

Infatti, Shame è un film molto più affettivo, anche se, chi l’ha visto, sa che è un’affermazione decisamente coraggiosa. Eppure, là vi è una partecipazione al personaggio, al suo tormento, al suo problema, all’origine stessa del suo modo d’essere e delle sue scelte che in qualche modo permette un contatto, una forma di aderenza, un preludio, almeno, al coinvolgimento.

Qui no.

Hunger è un film freddo. Gelido, direi. Hunger è un film che non emette valutazioni. Hunger è un film così oggettivo da pendere incredibilmente dalla parte del documentario [c’è perfino la voce reale di Margaret Thatcher!]. Ma questo non impedisce che sia un film forte, che esprime, comunica, solleva domande – e nessuna risposta possibile.

Ma non voglio dire di più, per due ragioni. La prima è che in fin dei conti Hunger è un film che va visto. La seconda, è che è sempre delicato commentare un film quando tratta di questioni reali, soprattutto se politiche, a meno che si abbia una precisa posizione in proposito (che è politica).

[…]
Non voglio addentrarmi nei molti contenuti che vengono sollecitati da Hunger, perché voglio occuparmi di cinema. Sembra una scelta idiosincratica, e forse lo è, ma in verità non voglio perché non credo che – semioticamente parlando – Hunger chieda questo allo spettatore. Hunger chiede di guardare. Di essere visto. E di diventare consapevoli di qualcosa. Un qualcosa fatto di avvenimenti, di ideologie, di posizioni, di scelte, di eventi – piccoli e grandi, decisivi e secondari – ma nient’altro che questo: diventare consapevoli (fosse poco!).

Non a caso, a mio parere Hunger è un film fatto di silenzio. È incredibile quanto McQueen usi poco le parole. Anche in Shame i dialoghi sono ridotti all’osso. […] In Hunger, oserei dire che le parole sono superflue. Basta guardare. Serve guardare (come, invece, il giovane poliziotto non riesce a fare?). Al massimo si urla (per dolore, rabbia, disperazione, o impossibilità ad accettare). Oppure si sta zitti. Non c’è molto da dire quando le scelte sono di quelle radicali. E le poche parole che vengono usate, a parte quelle di circostanza (mangi? stai bene? torni tardi?…) sono quelle dell’unico vero dialogo, nella bellissima sequenza tra Bobby e Padre Dominic.

[…] Comunque, è difficile non assegnare a McQueen alcuni stilemi che per ora sembrano caratterizzare la sua espressività:
– i virati in blu
– le scene scarne (all’osso, verrebbe voglia di dire, e sarebbe pertinente)
– i tagli di ripresa non banali
– i primissimi piani dei soggetti più svariati, che si soffermano, ma mai con la morbosità di chi indugia per provocare un’emozione, a parte forse la questione delle piaghe, ma in tal caso è difficile tenere lontano l’isotopia cristologica (come per il lenzuolo macchiato, in stile sudario-Sacra Sindone). In ogni caso, se anche fosse, bisogna dirlo Steve, lo sai fare bene, con originalità e stile.
– un’estetica che seduce in ogni caso, perché regala bellezza visiva qualunque sia il contenuto (un esempio tra tanti: la guardia che fuma la sigaretta contro il muro, sotto la neve)

Insomma, che McQueen avesse una vera sensibilità cinematografica, da maestro della ripresa, lo avevamo capito e ora non abbiamo più molti dubbi; non ci resta che aspettare la prossima prova, per una conferma di cui non sentiamo nemmeno tanto il bisogno.

Ah, dimenticavo: la riserva con cui è cominciato questo articolo?
Elementi di trama, di struttura narrativa nel flusso del racconto, di coerenza narrativa (la mamma catatonica del secondino? Fatto reale o no (se lo è) non è una buona ragione per piazzare la scena lì così lo stesso vale per la visita dell’amico di famiglia all’ospedale), più qualche altro dubbio di sceneggiatura (il verbale) che non so se imputare alla traduzione (come al solito) o invece all’origine (sembra ci sia un’incongruenza nel discorso di Bobby a Padre Dominic)… insomma cose così…

P.s.
Per leggere la recensione integrale: http://wp.me/p1SgpE-7b. Sorry, era decisamente troppo lunga 🙂

3 commenti

  1. Stefania / 5 Maggio 2012

    Sai che ho ravvisato molti altri riferimenti religiosi, oltre a quello della Sindone?
    Banalmente, i capelli e le barbe lunghe avvicinano i corpi dei detenuti a quello di Gesú cosí come viene solitamente rappresentato dall’iconografia tradizionale. E, poi, il martirio vero e proprio a cui questi corpi vengono sottoposti, lo stoicismo legato alla forza dell’Idea, cosí forte da rasentare il fideismo…

    • wigelinda / 6 Maggio 2012

      Ma certo! Hai ragione! Concordo pienamente su barbe e capelli 🙂 E anche sul martirio (nella versione lunga della recensione citavo infatti anche i suicidi-bomba dell’islam). In effetti notavo anche che il motore che sembra essere dietro Bobby sembra essere un motore intriso di sacrificio, di immolazione, proprio in stile cristologico: sacrificarsi/morire per liberare tutti (non dai peccati in questo caso, ma il meccanismo è lo stesso), oltre che per una testimonianza che sfida tutto. Sarebbe da domandarsi qual è la responsabilità di un’educazione cattolica in tutto questo…

  2. lotusflower / 25 Ottobre 2013

    Il dialogo fra Bobby Sands e il Don è una delle parti per cui la traduzione deve aver fatto perdere davvero molto alla complessità del dialogo originale. Consiglio la visione in lingua con sottotitoli per apprezzare quella lunga sequenza.

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