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Recensione su Hunger

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31 dicembre 2012

“Non c’è nulla nell’intero arsenale militare inglese che riesca ad annientare la resistenza di un prigioniero politico repubblicano che non vuole cedere; non possono e non potranno mai uccidere il nostro spirito” Bobby Sands

“Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l’Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista”. Bobby Sands

Hunger è un film del regista inglese Steve McQueen presentato nel maggio del 2008 al festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard e premiato con la Caméra d’or per la miglior opera prima. (In Italia è però arrivato solo nel 2012).

E’ ambientato quasi totalmente nei “blocchi H” del carcere di Long Kesh in Irlanda del Nord nel 1981. Lo spettatore si ritrova immerso nelle proteste che i prigionieri dell’IRA stanno organizzando per ottenere lo status di prigionieri politici: la protesta delle coperte (iniziata nel 1976 col rifiuto di indossare la divisa carceraria coprendosi solo con una coperta) e quella dello sporco (iniziata nel 1978 consiste nello spalmare escrementi sulle pareti delle celle e nel versare urina sotto le porte a causa dei maltrattamenti subiti dai secondini durante il percorso per andare in bagno). E’ una prima parte molto cruda che descrive una realtà carceraria di violenza e tortura ai danni dei prigionieri. Ma che descrive anche una situazione di vita insostenibile tra carcerati e carcerieri dovuta soprattutto da una parte all’intransigenza con cui il potere tratta determinate situazioni (repressione violenta e spropositata delle proteste senza considerazione alcuna delle motivazioni) e dall’altra all’indifferenza verso coloro che poi attuano questa intransigenza (l’omicidio di Raymond Lohan e il pianto del giovane agente). La voce della Thatcher che giustifica l’abolizione dello status di prigionieri politici per i crimini commessi dopo il 1 marzo 1976 è infatti una voce fuori campo, lontana, non ha corpo a differenza di quello che ci viene proposto dallo schermo. E ciò vale anche per il prosieguo del film con l’ingresso della figura di Bobby Sands. La sua scelta estrema, spiegata accuratamente dall’unico vero dialogo del film tra lui e il parroco, è infatti una scelta di corpo. Sands usa l’unico, ultimo, strumento che gli è rimasto- il corpo appunto- per fare “ciò che è giusto”, “sapendone le conseguenze”, con coraggio e dignità. Anche durante questa scelta il regista ci ripropone la voce della Thatcher, è una voce ancora fuori campo, distante e parla di “pietà” a cui s’appellano i prigionieri. Ma come ci fa ben vedere McQueen non è la pietà quello che cerca Sands (il medico che lo cura durante la protesta) ma un qualcosa di più grande che persegue con grandissima dignità (espressa anche nella volontà di ergersi di fronte al medico col tatuaggio dell’UDA), una dignità che un potere, ancor più se lontano e intransigente, non capirà/raggiungerà mai.

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