2008
16 Recensioni su

Hunger

/ 20087.6261 voti
Hunger

Fassbender non è solo un bell’uomo! / 22 Marzo 2017 in Hunger

Film molto crudo, non adatto a stomaci deboli.
Tratto dalla vera storia di Bobby Sands, un militante dell’IRA che nei primi anni 80 fu incarcerato e organizzò uno sciopero della fame affinchè i membri dell’IRA ottenessero riconoscimento di prigionieri politici.

Viene impersonato dal bravissimo Michael Fassbender, che a dire il vero non gli somiglia per niente.
Però poco importa, si mette in evidenza per la sua splendida interpretazione.
Memorabile la lunga chiaccherata con il prete, una scena che rappresenta la chiave di volta del film intero e che mi è rimasta veramente dentro come poche altre.

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MasterPiece / 17 Settembre 2015 in Hunger

Film capolavoro di Steve McQueen. Fassbender genio. Un colosso: uno tra i film più belli,drammatici e coinvolgenti del ventunesimo secolo. Mio film preferito senza ombra di dubbio. Esordio di regia mostruoso.

15 Dicembre 2014 in Hunger

Un vero e proprio film angoscia.
Bobby Sands, detenuto in un carcere irlandese, combatte per essere riconosciuto come prigoniero politico. La sua lotta passa attraverso diversi scioperi l’ultimo dei quali letale per lui e per altri suoi militante nella lotta.
Un film molto estremo ma intenso.
I silenzi, la mancanza di molti dialoghi, le sole immagini parlanti del dramma, le interviste della Lady di Ferro che li condanna come violenti e pericolosi…
Una macchia nera della storia inglese.
Da vedere.
Ad maiora!

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24 Aprile 2014 in Hunger

Questo film mi ha colpita come un pugno allo stomaco, e subito dopo Il Nastro Bianco di Haneke nella mia personalissima classifica, è stato il pugno più bello che abbia mai ricevuto.

Non dirò nulla di nuovo rispetto agli altri, ma McQueen, anche con Shame, dà grande prova della sua capacità nel mostrare la realtà nei suoi aspetti più crudi. Dura e senza veli, con immagini violente che riescono a colpirti. E’ difficile definire il suo stile: nonostante tanta brutalità (che poi non è esagerata, è nella quantita giusta), colgo sempre una certa eleganza e artisticità nelle inquadrature. Suona quasi come un ossimoro del quale pensavo fosse capace solo il già citato Michael Haneke, anche se sostanzialmente i due registi fanno scelte differenti su come mostrare la violenza al pubblico, ma entrambe efficacissime.

p.s. è la mia prima recensione, e la prima volta l’ho pubblicata erroneamente come commento sotto un altro utente. Chiedo umilmente perdono t.t

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La violenza dell’immagine / 15 Marzo 2014 in Hunger

Il debutto registico di McQueen è un film crudo, emotivamente violento, che scuote lo spettatore attraverso la pura potenza delle immagini. I dialoghi sono centellinati, ma nonostante ciò appaiono brillanti e significativi. L’operato del regista inglese è curato e le sequenze che scaturiscono dalla pellicola sono metaforici pugni e strette al cuore, ma racchiudono anche una ricercata bellezza (la scena iniziale, o il piano sequenza lunghissimo nella parte centrale del film).
McQueen è bravo anche a trovare un Micheal Fassbender che indossa senza problemi il vestito del martire e che non si fa scrupoli ad aggiungersi alla cerchia degli attori “mutaforma” del grande schermo (per la parte di Bobby Sands arriva a perdere 18 Kg).

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30 Aprile 2013 in Hunger

Film del 2008 che ho avuto modo di guardare, per la prima volta, solo l’anno scorso.
Ammetto che in genere sono molto restia alla visione di questo tipo di film – “politico” – giusto perché la politica non mi è mai interessata (se non ultimamente e storicamente).

Innanzitutto, credo si capisca perfettamente che alla regia vi è un artista (ho sempre studiato arte, scolasticamente e non, quindi McQueen non mi è del tutto estraneo – in ambito artistico, per l’appunto. Lo conosco soprattutto come fotografo, è molto bravo.)

In caso a qualcuno interessasse, qui potete trovare alcuni dei suoi scatti e delle sue opere: http://steverodneymcqueen.tumblr.com/

Altra cosa che ho adorato sono le inquadrature strategiche ed il fatto che ogni cosa sia portata all’occhio dello spettatore per un motivo preciso.

Con McQueen è stato subito amore.
Ricordo ancora la prima volta che mi sono ritrovata a guardare la scena in cui l’agente di custodia, poggiato al muro esterno della prigione, fuma una sigaretta. Ricordo la neve, bianca, in contrasto con il nero dei pantaloni. Ricordo il dettaglio delle briciole, le ferite sulle nocche e i giochi di luce e fumo durante il monologo di Sands ed il colloquio con il prete.

Altra cosa che mi ha lasciata senza fiato è stata l’interpretazione di Fassbender ( consiglio la visione in lingua originale, il doppiaggio italiano non è granché).
Sono di parte? Certo che sono di parte.
Adoro Fassbender, credo sia uno dei migliori attori sulla piazza, al momento, e c’è anche da dire che interpretare in modo eccellente un personaggio del genere non è affatto semplice.
La sua mimica, l’espressività, la voce piena di sfumature, tutto in lui è in perfetta linea con il film.

Ho letto, in un’intervista, che per avvicinarsi allo Jung di A Dangerous Method (uno dei pochi flop di Cronenberg – pardon, Signor Cronenberg) – prima di cominciare a studiare seriamente la parte – abbia riletto la sceneggiatura all’incirca 250 volte, insieme a libri e saggi.
Mi chiedo quanto abbia sgobbato per un film impegnativo come Hunger, dai dialoghi essenziali, dove il linguaggio del corpo prevale sulla parola stessa.
Ho letto anche che ha dovuto seguire una dieta ferrea per perdere tutto quel peso. Prende molto sul serio il suo lavoro (come fanno in pochi ultimamente) e la cosa mi ricorda vagamente il modo Mortensen di approcciare il personaggio (ad esempio, durante le riprese di LOTR, Viggo non ha mai smesso di essere Aragorn, anche lontano dal set, spesso, indossava i costumi di scena).
Sto divagando, comunque.
Ritornando a Fassbender, mi piacerebbe vederlo interpretare ruoli del genere più spesso, di sicuro McQueen tira fuori il meglio di lui (basta guardare anche Shame, per capirlo).

Ieri ho visto Hunger per la seconda volta e credo potrei guardarlo anche una terza, una quarta ed una quinta volta. Non stanca.
Il mio voto, quindi, è 9.
Fotografia fantastica, cast ben scelto, tutto giusto.
Sto iniziando seriamente ad amare McQueen, non vedo l’ora di vedere il suo prossimo film in uscita (dalla regia mi dicono che nel cast, oltre a Fassbender, ci sia anche Benedict Cumberbatch – lo adoro).
Consiglio la visione di questo film, assolutamente.

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un nome un destino / 10 Febbraio 2013 in Hunger

Certo che questo Steve Mcqueen c’ha proprio stile… Gra belle scene, tra tutte quella della pulizia del corridoio e il discorso tra bobby e il prete. Bello davvero!

27 Gennaio 2013 in Hunger

L’esordio registico di Steve McQueen è potente e bellissimo. Hunger è un film vero, girato con una maestria sorprendente, leggero come una carezza nei dettagli poetici e pesante come un pugno nel mostrare senza sconti il sudiciume, la violenza e infine, il corpo scheletrico e piagato di Michael Fassbender, bravissimo.
Capolavoro la scena di 17 minuti, un dialogo a camera fissa che mette in evidenza le capacità di tutti. Fotografia bellissima, e scena finale commovente e di una grazia sconfinata.

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31 Dicembre 2012 in Hunger

“Non c’è nulla nell’intero arsenale militare inglese che riesca ad annientare la resistenza di un prigioniero politico repubblicano che non vuole cedere; non possono e non potranno mai uccidere il nostro spirito” Bobby Sands

“Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l’Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista”. Bobby Sands

Hunger è un film del regista inglese Steve McQueen presentato nel maggio del 2008 al festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard e premiato con la Caméra d’or per la miglior opera prima. (In Italia è però arrivato solo nel 2012).

E’ ambientato quasi totalmente nei “blocchi H” del carcere di Long Kesh in Irlanda del Nord nel 1981. Lo spettatore si ritrova immerso nelle proteste che i prigionieri dell’IRA stanno organizzando per ottenere lo status di prigionieri politici: la protesta delle coperte (iniziata nel 1976 col rifiuto di indossare la divisa carceraria coprendosi solo con una coperta) e quella dello sporco (iniziata nel 1978 consiste nello spalmare escrementi sulle pareti delle celle e nel versare urina sotto le porte a causa dei maltrattamenti subiti dai secondini durante il percorso per andare in bagno). E’ una prima parte molto cruda che descrive una realtà carceraria di violenza e tortura ai danni dei prigionieri. Ma che descrive anche una situazione di vita insostenibile tra carcerati e carcerieri dovuta soprattutto da una parte all’intransigenza con cui il potere tratta determinate situazioni (repressione violenta e spropositata delle proteste senza considerazione alcuna delle motivazioni) e dall’altra all’indifferenza verso coloro che poi attuano questa intransigenza (l’omicidio di Raymond Lohan e il pianto del giovane agente). La voce della Thatcher che giustifica l’abolizione dello status di prigionieri politici per i crimini commessi dopo il 1 marzo 1976 è infatti una voce fuori campo, lontana, non ha corpo a differenza di quello che ci viene proposto dallo schermo. E ciò vale anche per il prosieguo del film con l’ingresso della figura di Bobby Sands. La sua scelta estrema, spiegata accuratamente dall’unico vero dialogo del film tra lui e il parroco, è infatti una scelta di corpo. Sands usa l’unico, ultimo, strumento che gli è rimasto- il corpo appunto- per fare “ciò che è giusto”, “sapendone le conseguenze”, con coraggio e dignità. Anche durante questa scelta il regista ci ripropone la voce della Thatcher, è una voce ancora fuori campo, distante e parla di “pietà” a cui s’appellano i prigionieri. Ma come ci fa ben vedere McQueen non è la pietà quello che cerca Sands (il medico che lo cura durante la protesta) ma un qualcosa di più grande che persegue con grandissima dignità (espressa anche nella volontà di ergersi di fronte al medico col tatuaggio dell’UDA), una dignità che un potere, ancor più se lontano e intransigente, non capirà/raggiungerà mai.

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16 Dicembre 2012 in Hunger

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il film di McQueen precedente a Shame, il solito film con Fassbender nudo, ti dicono. Ma altroché. Nel senso, sì, ma non in quel senso. Fassbender è Bob, un militante dell’Ira che nel 1981 iniziò uno sciopero della fame per protestare contro la decisione della Tatcher di non riconoscere come prigionieri politici i militanti arrestati dalla polizia inglese. Fino a morire, e insieme a lui altre 9 persone. Lo sciopero era il culmine di una protesta che era cominciata con il rifiuto di vestirsi da prigionieri in carcere e lo sciopero dell’igiene. Teniamoci forte. Lo sguardo della cinepresa parte da lontano, tanto che dopo mezz’ora Fass ancora non si è visto. Wtf? Si segue prima nella sua quotidianità un poliziotto, di quelli incaricati di reprimere le proteste nel carcere. E così si vede in cosa consistono queste proteste, e la repressione. E poi l’arrivo di un nuovo prigioniero. I prigionieri riversano la loro urina nel corridoio a un segnale prestabilito, e con le loro feci sporcano o dipingono i muri a figure concentriche. La parola non è certo al centro dell’azione, in quanto sono le immagini a dominare, i volti da Cristi condannati dei carcerati nudi che vengono sorvegliati, picchiati e puniti, i secondini che passano il tempo a ripulire, gli incontri nel parlatoio. Qui c’è l’unico pezzo in cui il dialogo assume importanza, una lunga sequenza a camera fissa con l’incontro tra Bob e un sacerdote che cerca di dissuaderlo dal suo sciopero. In esso Bob esprime le motivazioni e l’impossibilità di fare altro. La parte finale mostra il corpo di Fass sempre più scarno ed emaciato, che si riduce progressivamente fino a diventare carta velina, le piaghe ovunque e poi la morte. Visivamente un pugno nello stomaco, che con mezzi puramente cinematografici riporta alla luce un pezzo di travagliata storia dell’Inghilterra anni ’80

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15 Ottobre 2012 in Hunger

Hunger è un film claustrofobico, il secondo (in realtà il primo in ordine cronologico) pugno che Steve McQueen assesta al mio stomaco.
Un inizio fatto di particolari, gesti quotidiani, piccole azioni di un secondino qualunque, queste sequenze sono poi ripresentate, al contrario, attraverso le azioni dei detenuti dell’IRA. McQueen racconta le vicende realmente accadute per immagini crude, colori forti, rumori assordanti in contrasto con il silenzio e presenta il personaggio di Bobby Sands ricollegandolo al secondino, in una scena di violenza perpetrata nuovamente dalle guardie carcerarie. La vicenda storica viene raccontata dalla vera voce della Thatcher fuori campo, dalle azioni dei secondini e dei carcerati e dal dialogo sulla moralità dello sciopero della fame tra Sands e il prete. Un piano-sequenza di più di un quarto d’ora che ci consente di capire le ragioni dell’uomo, della visione di Sands sulla vita e sulla libertà; il dialogo è magistrale ed è la parte più dialogata di tutto il film che lascerà spazio al silenzio dello sciopero e del lento declino fisico di Sands. Le interpretazioni di Fassbender e Cunningham sono misurate, vere e sentite; la regia e la fotografia anche questa volta mi hanno stupito.
Steve McQueen è stata davvero una sorpresa piacevole e dolorosa, visto la durezza e realtà estrema dei suoi film.

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Sguardi laterali / 7 Maggio 2012 in Hunger

Originali i primi 35 minuti di questo (grande) film. La telecamera si sofferma su particolari che possono sembrare non pertinenti: una guardia carceraria che fa colazione; la stessa guardia che, sotto la neve, fuma una sigaretta con sguardo assente e poco dopo leziosamente nel refettorio piega una carta stagnola; un secondino che pulisce i corridoi e le pareti; il tentativo di alleviare il dolore alle nocche tumefatte immergendole in acqua fredda.
Poi entra in scena Fassbender. E il film si normalizza.

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6 Maggio 2012 in Hunger

Ho sempre apprezzato moltissimo i registi che hanno il coraggio di affrontare temi difficili, argomenti scomodi e questioni scottanti con la massima aderenza alla realtà, senza circonlocuzioni e giri di parole, senza retorica ma in maniera diretta.
Steve McQueen fa questo.
Colpisce duro, come un pugile cattivo, arrabbiato, dai pugni pesanti.
Lascia che sia l’occhio scientifico della videocamera, che si muove in maniera documentaristica, senza gli scatti bruschi del videoamatore, con la coscienza del fotografo che vuole ritrarre un’immagine, a rivelare l’orrore della realtà carceraria inglese.
E’ interessante ma hunger (Fame) è molto simile ad anger (rabbia), e lo stato fisiologico che rappresenta la forma di ribellione dei carcerati e che trova in Fassbender il simobolo è originato dalla rabbia per le condizioni vessatorie dei prigionieri politici nord-irlandesi.
McQUeen si affida all’ottimo Fassbender che qui, come anche in “Shame”, recita con il corpo, un corpo distrutto dalle piaghe, debole e scheletrico, una bandiera dell’ideologia profonda e testarda del protagonista.
McQueen viaggia all’interno delle celle, rivela altri protagonisti, il secondino, i compagni di Sands, il politziotto dei corpi speciali, il prete (l’unico, oltre a Fassbender, a cui è dato parlare, esprimere il suo punto di vista, splendidamente interpretato da Liam Cunningham), si concentra solo dopo un pò su Bobby Sands e lascia che sia Fassbender a dominare la scena (interptetazione magistrale).
Chiunque alla fine di questo viaggio nell’orrore, non potrà non rendersi conto che le parole sono superflue, la potenza evocativa dell’immagine è sufficiente a trasferire il messaggio, a far VEDERE ciò che molti non avrebbero voluto neppure immaginare.

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5 Maggio 2012 in Hunger

Crudo, un pugno nello stomaco.
La regia di MacQueen ė lucida, glaciale, chirurgica: supportata da pochi ma significativi dialoghi, la storia – a prescindere dal peso del soggetto- si muove soprattutto grazie alla potenza delle immagini.
L’uso dei corpi, dei loro volumi, delle sostanze che ne fuoriescono (sangue, lacrime, feci, fumo), dei martirii che -letteralmente- patiscono, ė fondamentale: insieme alla celebrazione del concetto di ideale, costituiscono l’asse portante del film. Materia e sentimento si fondono, infatti, in un bell’esercizio di stile: come accadrà con “Shame”, lo studio dei corpi e della loro contestualizzazone nello spazio ė originale e molto interessante.
Fassbender (occorre dirlo?) ė bravo in maniera impressionante.

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Controcorrente… / 1 Maggio 2012 in Hunger

…forse, comincio con il dire che, come si sa, Hunger è un’opera prima, ma, aggiungerei, si vede. Certamente, dietro questa affermazione c’è il vantaggio di averlo visto dopo Shame.

McQueen conferma (ops) la sua bravura, anzi, ne conosciamo già l’evoluzione, e sappiamo che non solo non delude, ma anzi migliora, si affina, si fortifica, si approfondisce.

Infatti, Shame è un film molto più affettivo, anche se, chi l’ha visto, sa che è un’affermazione decisamente coraggiosa. Eppure, là vi è una partecipazione al personaggio, al suo tormento, al suo problema, all’origine stessa del suo modo d’essere e delle sue scelte che in qualche modo permette un contatto, una forma di aderenza, un preludio, almeno, al coinvolgimento.

Qui no.

Hunger è un film freddo. Gelido, direi. Hunger è un film che non emette valutazioni. Hunger è un film così oggettivo da pendere incredibilmente dalla parte del documentario [c’è perfino la voce reale di Margaret Thatcher!]. Ma questo non impedisce che sia un film forte, che esprime, comunica, solleva domande – e nessuna risposta possibile.

Ma non voglio dire di più, per due ragioni. La prima è che in fin dei conti Hunger è un film che va visto. La seconda, è che è sempre delicato commentare un film quando tratta di questioni reali, soprattutto se politiche, a meno che si abbia una precisa posizione in proposito (che è politica).

[…]
Non voglio addentrarmi nei molti contenuti che vengono sollecitati da Hunger, perché voglio occuparmi di cinema. Sembra una scelta idiosincratica, e forse lo è, ma in verità non voglio perché non credo che – semioticamente parlando – Hunger chieda questo allo spettatore. Hunger chiede di guardare. Di essere visto. E di diventare consapevoli di qualcosa. Un qualcosa fatto di avvenimenti, di ideologie, di posizioni, di scelte, di eventi – piccoli e grandi, decisivi e secondari – ma nient’altro che questo: diventare consapevoli (fosse poco!).

Non a caso, a mio parere Hunger è un film fatto di silenzio. È incredibile quanto McQueen usi poco le parole. Anche in Shame i dialoghi sono ridotti all’osso. […] In Hunger, oserei dire che le parole sono superflue. Basta guardare. Serve guardare (come, invece, il giovane poliziotto non riesce a fare?). Al massimo si urla (per dolore, rabbia, disperazione, o impossibilità ad accettare). Oppure si sta zitti. Non c’è molto da dire quando le scelte sono di quelle radicali. E le poche parole che vengono usate, a parte quelle di circostanza (mangi? stai bene? torni tardi?…) sono quelle dell’unico vero dialogo, nella bellissima sequenza tra Bobby e Padre Dominic.

[…] Comunque, è difficile non assegnare a McQueen alcuni stilemi che per ora sembrano caratterizzare la sua espressività:
– i virati in blu
– le scene scarne (all’osso, verrebbe voglia di dire, e sarebbe pertinente)
– i tagli di ripresa non banali
– i primissimi piani dei soggetti più svariati, che si soffermano, ma mai con la morbosità di chi indugia per provocare un’emozione, a parte forse la questione delle piaghe, ma in tal caso è difficile tenere lontano l’isotopia cristologica (come per il lenzuolo macchiato, in stile sudario-Sacra Sindone). In ogni caso, se anche fosse, bisogna dirlo Steve, lo sai fare bene, con originalità e stile.
– un’estetica che seduce in ogni caso, perché regala bellezza visiva qualunque sia il contenuto (un esempio tra tanti: la guardia che fuma la sigaretta contro il muro, sotto la neve)

Insomma, che McQueen avesse una vera sensibilità cinematografica, da maestro della ripresa, lo avevamo capito e ora non abbiamo più molti dubbi; non ci resta che aspettare la prossima prova, per una conferma di cui non sentiamo nemmeno tanto il bisogno.

Ah, dimenticavo: la riserva con cui è cominciato questo articolo?
Elementi di trama, di struttura narrativa nel flusso del racconto, di coerenza narrativa (la mamma catatonica del secondino? Fatto reale o no (se lo è) non è una buona ragione per piazzare la scena lì così lo stesso vale per la visita dell’amico di famiglia all’ospedale), più qualche altro dubbio di sceneggiatura (il verbale) che non so se imputare alla traduzione (come al solito) o invece all’origine (sembra ci sia un’incongruenza nel discorso di Bobby a Padre Dominic)… insomma cose così…

P.s.
Per leggere la recensione integrale: http://wp.me/p1SgpE-7b. Sorry, era decisamente troppo lunga 🙂

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8 Febbraio 2012 in Hunger

Un film molto diretto e crudo, in cui la violenza e la sofferenza fanno da padrone. Alcune scene molto lente e pesanti.

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