Recensione su Hugo Cabret

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11 Febbraio 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

cosa mi è piaciuto e cosa no del film: della storia dell’orfano zero, poco interessante, molto ovvia, insomma è un canovaccio che serve solo a tutto il resto, serve ad aprire le mille anime del film; dell’inizio tutto, lì capisci che il vecchio Martin dica a squarciagola che la tecnica è nulla in mano a chiunque, tipo Cameron guarda e impara. Perchè il 3d (io non sono esperta, ne ho visti pochi data l’inutilità della cosa in sè per la maggior parte delle volte) qui è strardinariamnete sensato, perchè se ti inoltri dentro l’affollato ambiente della stazione a serpentina fino a incastrare Hugo ecco che davvero sei dentro alla stazione. E’ ancora un film nostalgico e siccome ha incassato tante nomination all’oscar come the Artists e gli oscar dicono comunque qualcosa (nel bene e nel male) sulla contemporaneità pensiamo al fatto che guardiamo indietro ammirando un passato bellissimo.
Scorsese è un nostalgico innamorato del cinema e ne schiude la scatola magica, il cinema è magia (anche Nolan aveva utilizzato la stessa chiave di lettura), è lo strumento che potenzia l’arte del prestigiatore, il suo premio è lo stupore del pubblico; il cinema è ripetizione, io tutte quelle giornate uguali alla stazione le ho amate, il cinefilo guarda e riguarda sempre gli stessi film, la vita quindi si ripete sempre (senza contare che il cinema è ripetizione anche dietro la macchina da presa, quanti ciak si devono fare per avere quello giusto?); il cinema è eternità, ecco dunque incastrarsi il discorso del tempo (che si innesta sulla nostalgia), dentro la pellicola il tempo si ferma, si dilata, accelera, il cinema organizza il tempo come un demiurgo che crea letteralmente la dimensione temporale; il cinema è sogno, è la possibilità di sospendere la vita vera e vederne un’altra, è sogno dentro un sogno, perchè Scorsese non si ferma all’ovvio, anche la vita reale è sogno in una certa prospettiva, quanti risvegli ha Hugo? Almeno uno di troppo, forse uno di meno: il cinema è finzione in senso lato, perfetta, ma finta. Tutto ciò è quindi bellissimo e il film non è mai banale, sai che il giocattolaio sarà centrale nel film, che è lui il demiurgo (regista) perchè il suo occhio è la misura del tempo; sai che si scontrerà con Hugo perchè lui è dentro la macchina che misura il tempo, è lui che governa i meccanismi del palcoscenico/stazione. In fondo la storia del piccolo Hugo è la storia di un tecnico che incrociando la fantasia della narrazione (la ragazzina lettrice e il libraio) deve impossessarsi dei segreti dell’illusione (all’inizio guarda stupito i giochi di melies e cerca di impararli, alla fine intrattien eil pubblico giocando con le stesse carte).
SE c’è un discorso nostalgia questo è anche molto grande, ricomprende tutto il fare umano, perchè racconta di come si aggiustano le cose, di come le avventure ( e la consocenza) siano legate alla materialità dei libri, di come l’estasi dell’infanzia e dell’adolescenza possa forgiare le persone (tutti raccontano emozioni avute da ragazzi, dal padre di Hugo a Tabard, allo stesso Melies, a Gustav).
E’ vero che abbiamo atteso il treno, io sono andata a vedere il treno, è come andare a visitare le fonti di un fiume e Scorsese non delude, il treno c’è, in originale e quindi piatto, c’è in forma onirica e che cambia la trama del primo film, c’è nella vita vera (oops raccontata nel film): i piani si mescolano all’infinito e con solo questa sequenza manipolata abbiamo tre storie diverse e molti personaggi/attori.
Piccola notazione per l’omaggio alla lanterna magica e agli albori del movimento: il taccuino segreto è già custode del senso del cinema con il movimento dell’automa disegnato, i fogli di melies che volano per aria sono l’idea fantastica del movimento anche perchè contengono scene di film veri.

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