Recensione su Una tomba per le lucciole

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Thank you for smiles, Studio Ghi…What? Wait a moment / 12 Dicembre 2013 in Una tomba per le lucciole

Diciamocelo, lo Studio Ghibli ha quasi sempre abituato la sua cerchia di fan a pellicole colme di colori sgargianti, animazioni artisticamente valide, trame simil-fiabesche, personaggi determinati e che spesso prendevano in mano le redini della vicenda narrata. Il tutto pur non tralasciando una critica nascosta alla società civile, vittima della modernità, del consumismo e improntata sull’egoismo e l’avidità che portano danni sostanziosi alla natura e alla bellezza del nostro pianeta.
Eppure nel 1988, insieme a Il Mio Vicino Totoro, una pellicola che manco a farlo apposta rispetta quasi tutti i canoni sopracitati al punto da essere diventato il simbolo ufficiale dell’ormai noto studio nipponico, lo Studio Ghibli dà alla luce Una Tomba Per Le Lucciole, film drammatico ambientato in una Kobe schiacciata dalla seconda guerra mondiale e affidato alla regia dell’allora debuttante Isao Takahata.
Una voce fuori dal coro delle animazioni ghibliane: tonalità tendenti al grigio ed estremamente cupe si sostituiscono a quelle vere e proprie esplosioni di colore a cui eravamo abituati. La storia non ha affatto il sapore che può fuoriuscire da un libro di fiabe, ma anzi è terribilmente vicina alla realtà. La critica all’uomo, alla cattiveria di cui egli può essere capace non si nasconde sotto metafore o simili. Essa colpisce lo spettatore con una violenza che abbatte lentamente ogni speranza, lasciando solo un senso di malinconia struggente.
Seita e Setsuko, due personaggi fanciulleschi, una caratteristica tipica dell’universo ghibliano, non hanno quasi più una natura da difendere, non incontrano creature incantate che possano aiutarli e non giungono a nessuna isola nel cielo a cui legare i loro sogni. Qui vengono trascinati in un destino ingiusto quanto inevitabile, in cui i due fratelli vengono spogliati della loro infanzia e della loro innocenza, violentati da un mondo senza pietà e che è disposto a sacrificare chiunque e a qualunque costo.
Le lucciole citate nel titolo, sono l’unico piccolissimo e metaforico spiraglio di luce in una Kobe devastata dalla guerra, dalla fame e dalla siccità.
Solitamente, quando si effettua un’inversione di tendenza, il risultato molte volte può essere poco soddisfacente. Lo Studio Ghibli ha sempre voluto trasmettere critiche e morali degne di riflessione nelle sue pellicole, mantenendo però un certo modo “colorato” di esporre i suoi temi. Qui quest’aspetto viene messo da parte per colpire maggiormente lo spettatore. La guerra è un orrore ed un dramma, pertanto come tale deve essere percepita da chi non l’ha vissuta.
Premio quindi appieno il lavoro di Takahata e compagnia. Una Tomba Per Le Lucciole è l’ennesima prova (non che ce ne fosse bisogno, spero) che l’animazione nipponica o comunque l’animazione in generale è perfettamente in grado di trattare temi di natura scomoda e dotati di grandissima maturità, senza essere ingiustamente relegati a prodotti esclusivamente destinati ai bambini. Una delle pellicole più crude e tristi dell’animazione.

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