Recensione su Hoop Dreams

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1 Giugno 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un documentario della cui esistenza mi vergogno di non essere venuto a conoscenza prima (sta in piedi? Uhm, circa), tema basket e America. Siamo a cavallo tra ‘80 e ‘90, e gli autori hanno seguito per 5 anni (CINQUE ANNI CAZZO!!! Erano partiti per fare un cortometraggio da meno di 30 minuti, poi si son trovati con 250 ore di girato, ed è uscito un film di quasi 3 ore:/) la vita di due ragazzini neri dei sobborghi di Chicago, che erano stati assoldati da una scuola ricca perché erano forti a basket, perché in America gli sport scolastici non so perché ma sono una religione. Sì vabbè ma tu hai 14 anni e schiacci -.- e allora ogni giorno si fanno un’ora e mezza di commuting per andare a scuola, in mezzo a tutti questi bianchi che parlano diverso e hanno i soldi.
I due sono Art e William. Il primo ha un sorrisone meraviglioso, è un bel po’ scemo pagliaccio, ha il padre drogato e scemo pure lui e la mamma santa, a casa tutti lo chiamano Man perché è il primo; e la scuola, quando decide che non è bravo abbastanza, lo scarica nel cesso, aveva promesso che pagava tutto lei e invece no, tiè. Il secondo ha la famiglia che lo sostiene ne il fratello loser che riversa in lui tutti i sogni che non ha realizzato; lui fa tutta la trafila, ma si spacca due volte il ginocchio, sennò non sai cosa sarebbe stato, dice il coach PierFrancescoPingitore (vogliamo parlare delle figure carismatiche dei coach negli sport scolastici USA?). Per cui, nonostante tutto, è Art quello che riesce quasi a vincere il campionato high school, con la sua scuola del ghetto. E le famiglie, questi per 5 anni hanno seguito i momenti più importanti della vita di due intere famiglie, per cui le interviste sono appena o mentre le cose succedono, e succedono proprio dentro il film, e un sacco di volte dici “dai, non è possibile che siano riusciti a riprendere anche questo”, e invece sono lì, o sembrano lì, quel che è, e si emozionano, e i nigga che fanno WUOUOOOOOOOOO quando segnano, e le mamme che piangono e le emozioni piccolo-grandi famigliari e tutte quelle cose lì. Art e William sono poi arrivati alla NCAA, senza diventare nessuno dei due un giocatore professionista, e la loro storia porta alla ribalta tonnellate di problematiche connesse al sistema scolastico ma trasferibili all’America in generale, i quartieri neri poveri con le gang e lo spaccio, le scuole bianche ricche che prendono i neri poveri perché hanno il ritmo nel sangue ed il pisello grande e giocano bene a pallacanestro, lo sfruttamento, l’ipocrisia (non che fosse una novità) della società americana, dove ti strangolano e devi ancora ringraziare se ti permettono di rinegoziare e pagare a rate; la violenza, sia dentro che fuori casa, le scalinate di valori e come cambiano → William alla fine capisce che il basket sì uao però anche ciao; dopo il film il fratello di uno e il padre eroinomane e convertito all’estremismo cristiano dell’altro finiscono pure morti ammazzati. Art e William sono due sopravvissuti, e in seguito sono sopravvissuti anche grazie all’attenzione che questo documentario ha acceso su di loro, a uno stile di vita, a una mentalità, a un sistema, competitivo oltre ogni senso logico, irreale e parallela alla banale normalità della maggior parte della gente, e dove per mettere insieme i giocatori che finiranno in NBA chissà quanti altri rimangono stritolati lungo il cammino. Perché o sei tutto oppure non sei niente.
Passano pure Isiah Tomas, sorridente come sempre, e, ca**o, Spike Lee. Forza Man!

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