Recensione su Holy Motors

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10 Giugno 2013

Carax sfiora l’onanismo intellettualistico. Mette a dura prova lo spettatore non concedendo nulla alla fluidità del bello, ma inserendolo sommariamente negli episodi, concentra una quantità di cinismo che a volte da’ fastidio, aggiunge il grottesco al tutto. Se l’incipit è davvero bello, mutazione, integrazione uomo/meccanica, scenario sul cinema (si sta parlando di quello come mondo concentrato) ripreso secondo lo stereotipo classico, ecco il bambino sgambettante, poi tutto diventa complicato, troppo.
Visioni: le intercalazioni delle prime riprese sul movimento; la nave/casa con i bambini dietro il vetro; la deposizione con erezione; parigi di notte largamente filtrata dalle riprese all’interno della macchina; l’inserto nella camera d’albergo, il doppio uguale.
Punto focale, l’incontro con Piccolì che dice ciò che rimane della spoliazione del senso del mestiere dell’attore, ossia il bel gesto, ma nessuno potrebbe esser rimasto a guardare, ha senso il bello senza il pubblico, lo spettatore?
Che poi tutto il film parli della finzione e con la finzione viva dentro la realtà (bello comunque il segmento con la figlia, recitare è una soluzione per non essere se stessi anche perché nessuno accetterebbe qualcuno che è se stesso ed essere se stessi è una condanna, è il solo momento in cui si crede per un attimo che ci sia della verità nella vita dell’attore anche perché cambia mezzo, prende un altro veicolo) senza mai poi capire il senso della realtà, che in definitiva non esiste, ma rendendo evidente che è la deformazione rispetto al canone ciò che è ancora scioccante quel tanto da produrre distanza e riflessione (storpi, zoppi e zoppe, tutto un laido vissuto, mendicanti, violenza fine a se stessa che si cerca di assurgere a simbolo e quindi canonizzare come cerca di fare il fotografo).
Non ho visto Cosmopolis, ma il primo personaggio è un capitalista, meglio un finanziere (gioca in borsa) immediatamente convertito nel mendicante che fa economia in senso basso (è tutto un travestimento, quello del finanziere come quello del mendicante), poi il sesso (brutta però la scena totalmente computerizzata, non l’ho capita), la cupidigia, l’affetto e l’adolescenza, la violenza muscolare, la pietas e la vecchiaia, la famiglia.
Ogni dialogo propone un “paradosso affascinante”, ogni segmento è una sfida all’idea del molteplice, del palcoscenico e della sparizione della realtà, della continua recita. Ma Carax davvero non concede nulla al visibile al di là dell’intellettualismo, il film risulta indigeribile per chi non vi si propone con gli strumenti critici ben spianati: mi domando dunque se non dare nessuna possibilità allo spettatore medio, non mediocre, sia una scelta azzeccata

2 commenti

  1. thetruth / 11 Giugno 2013

    @tiresia bella recensione, comunque non capisco perchè dici: “il film risulta indigeribile per chi non vi si propone con gli strumenti critici ben spianati: mi domando dunque se non dare nessuna possibilità allo spettatore medio, non mediocre, sia una scelta azzeccata”.
    Non capiso perchè si debba sempre guardare con un occhio di riguardo agli ultimi, e relegare i miti e l’arte nelle fogne del mondo. Non è l’arte a doversi adeguare allo spettatore, è lo spettatore che deve adeguarsi ai canoni dell’arte. C’è già lo Stato ad occuparsi della mediocrità, quindi di sé stesso. Che queste perle siano accessibili a pochi onestamente è un bene. Non dare le perle ai porci, diceva un tale.

  2. tiresia / 12 Giugno 2013

    Posso essere d’accordo su tutto, sul principio sopratutto. Sono la prima a dire che si deve per forza provare qualcosa di diverso della medietà massificata ed esporsi per fare esperienza estetica. Ma sono andata al cinema con amanti dei film di Carax, gente che esntra ed esce dalle sale cinematografiche in continuazione, gente non mediocre, ma media, gente che non ha colto il senso della deposizione come la citazione di Occhi senza volto, ma non mediocre. Eppure la reazione è stata schifata. Era una riflessione che faccio a Carax, concedere nell’ambito dell’opera qualche apertura in più. Ho cercato di indiriozzare il discorso post visione sul concetto di rappresentazione, sull’idea della recita continua, sulla moltiplicazione del nostro essere a seconda dello scenario e ho trovato la porta chiusa. Ecco, se il film fosse stato più digeribile forse la discussione avrebbe proceduto, tutto lì

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