Recensione su I miei vicini Yamada

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Lessico famigliare / 2 Marzo 2020 in I miei vicini Yamada

(Sette stelline e mezza)

A conti fatti, azzardo dicendo che Takahata Isao era lo sperimentatore dello Studio Ghibli. Se non nelle tecniche di animazione (come sta dimostrando Miyazaki-san, per esempio, che, con il corto Boro, ha provato personalmente la computer graphic), lo era sicuramente dal punto di vista formale. Nei suoi lavori, trovo sempre spunti grafici differenti, invenzioni estetiche e visive diverse, come se l’autore provasse a dimostrare che un segno correttamente modulato è in grado di contenere interi universi narrativi, esattamente come i kanji, i logogrammi tipici della scrittura giapponese, che, con pochi segni, includono cose, suoni, sentimenti.

I miei vicini Yamada, per dire, sembra derivare proprio da questo graficismo tipico della cultura nipponica: non è un caso che la prima apparizione del volto della nonna nasca dalla modellazione di segni essenziali, simili a ideogrammi. A eccezione della sequenza dei motociclisti molesti, i corpi dei personaggi sono stilizzati, buffi, caricaturali, denotati da elementi caratteristici immediatamente riconoscibili (il taglio dei capelli e il corpo cilindrico della mamma, gli occhioni di Nonoko, il volto particolarmente allungato della nonna, lo sguardo stranamente torvo del cane Pochi, ecc.). Nella loro essenzialità, questi corpi parlano moltissimo. Analogamente, i dettagli d’ambiente, quasi evanescenti, spesso solo abbozzati, paradossalmente concorrono a definire con precisione il contesto, in particolare quello domestico: una macchia colorata è il bonsai nel genkan; poche linee individuano il kotatsu (il tavolo riscaldato) e il chadansu (la credenza), definendo subito il soggiorno della casa; ecc.
La semplicità di queste scelte è solo apparente, perché, in realtà, sono sottese da una estrema raffinatezza e complessità della messinscena, esaltata da un’animazione fluida e ritmata.

L’anime è composto da quadri tematici che, srotolandosi, modulano un racconto molto articolato, fatto più di sentimenti e abitudini dettate inconsapevolmente dall’unità e dalla promiscuità che lega i protagonisti, che di eventi propriamente detti: quello messo in scena da Takahata è puro lessico famigliare.

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