Recensione su Hitchcock

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15 Aprile 2013

Appena ho scoperto che avevano intenzione di girare un film su uno dei registi che rientrano nella mia personale top 5, non stavo più nella pelle. Figurarsi quando ho saputo che la trama avrebbe ruotato attorno alla realizzazione di Psyco, che, per certi versi, potrebbe essere considerato il mio film preferito in assoluto. Leggendo, poi, che il cast comprendeva attori del calibro di Scarlett Johansson e Anthony Hopkins, la data 4 aprile è diventata una di quelle da segnare sul calendario. Tant’è che avrei messo in atto una rivolta popolare nel caso in cui avessero deciso di non distribuire il film nelle sale della mia città (cosa che, alla fine, è stata fatta in ritardo).

Questa premessa personale potrebbe sembrare superflua, ma rende l’idea della grande aspettativa che avevo nei confronti di questo film. Aspettativa che non è stata delusa, direi, dal momento che il film risulta godibile e niente affatto pesante (come, invece, ci si aspetterebbe da un film biografico).
Non è facile girare un film sul Maestro della suspense, soprattutto se a farlo è un regista semi-sconosciuto come Sacha Gervasi, che prima d’ora aveva posto la sua firma solo su un documentario musicale di produzione indipendente. Se poi si aggiunge che l’intento del film è quello di analizzare il rapporto tra il regista più odiato da Hollywood e la moglie Alma Reville, la situazione si complica.

L’abilità di Gervasi, a parer mio, è stata quella di tentare di girare un film su Hitchcock… alla Hitchcock, senza tuttavia avere troppe pretese. Nella pellicola, infatti, sono ricorrenti i riferimenti alla carriera del Maestro, non solo per quanto riguarda i diversi aneddoti che, bene o male, sono a disposizione di tutti, ma anche nel modo di girare e nell’attenzione ai particolari. C’è, però, spazio per l’originalità (anche perché Alfred Hitchcock è inimitabile): ho apprezzato, in particolare, le scene in cui il pluriomicida Ed Gein (personaggio a cui il cinema deve molto, non solo per “Psyco”, ma anche per “Il Silenzio degli Innocenti” e “Non aprite quella porta”) appare in sogno al celebre regista, fino a ricordare l’Humphrey Bogart di “Provaci ancora, Sam” del mitico Woody Allen.

L’ “Hitch” di Gervasi, interpretato da Anthony Hopkins, seppur vagamente stereotipato, appare in tutta la sua umanità, con le sue gelosie e debolezze (si pensi al suo rapporto con il cibo), e fa pensare che, magari, ci fosse molto più di lui nei suoi personaggi di quanto fosse dato credere.

La vera protagonista, però, è Alma, interpretata da una straordinaria Helen Mirren, dimostrazione vivente che, come si suol dire, “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Non mancano neanche per lei, comunque, i momenti di gelosia o di incertezza, e soprattutto non manca la voglia di riscatto, quella di chi è sempre vissuta all’ombra di un genio alla cui fama (e fame!) ha contribuito lei stessa.

Una nota decisamente positiva va ai vari truccatori, che hanno saputo ricreare perfettamente la silhouette e l’inconfondibile doppio mento di Hitchcock, e alla scelta di attori come James D’Arcy e Michael Wincott (rispettivamente per le parti di Tony Perkins e del già citato Ed Gein), che somigliano in maniera incredibile ai personaggi che interpretano.

E, naturalmente, andrebbe aperta una parentesi sull’interpretazione di Scarlett, che forse non sembrerebbe la più adatta per il ruolo di Janet Leigh, ma che risulta impeccabile, sia come Janet che come Marion.

Come ultima garanzia, la colonna sonora è stata curata da Danny Elfman, che, tra l’altro, aveva dato il suo contributo di compositore anche a uno degli episodi della seguitissima serie “Alfred Hitchcock presenta”.

Che dire? “Hitchcock” non raggiunge certamente la perfezione, ma è un esperimento molto interessante, che riesce a intrattenere il pubblico e, in un certo senso, anche ad appassionarlo. Promosso.

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