Recensione su Historias Mínimas

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17 Aprile 2013

Questo film delicatamente minimalista è un piccolo capolavoro di lentezza e quotidianità.
Le “piccole storie” sono in realtà storie di una drammatica eccezionalità per chi le vive. Quell’eccezionalità di chi conduce una vita modesta e si trova a dover fare i conti con l’imprevisto.
La Patagonia è terra di viaggi. Gli spazi da coprire sono enormi e il viaggio è necessità anche per chi in quelle terre ci abita tutto l’anno. Ma il viaggio è, per chiunque, scopo e pretesto, come ci insegna Chatwin, per la ricerca e la scoperta, non solo dell’altro e dell’altrove, ma soprattutto di se stessi.
Don Justo e Maria Flores trasmettono efficacemente il travaglio interiore legato alla scelta di partire. Le resistenze da superare per la naturale propensione alla stanzialità sono sempre enormi e legate ai motivi più disparati. Eppure alla fine l’impulso a partire si fa strada, superando gli ostacoli.
Sorin accompagna il viaggio con dialoghi apparentemente vaghi ma anche con i silenzi. A tratti ricorda il Bergman de Il posto delle fragole, con l’aplomb scandinavo sostituito dal lento fatalismo tipico dei caratteri temprati dai venti della Patagonia.
Il relativismo geografico negli occhi innocenti di Maria Flores: l’insignificante crocevia che è il paesino di Fitz Roy e l’altrettanto insignificante cittadina di Puerto San Julian sembrano due mondi diversi e lontani.
La quotidianità scossa dalla partecipazione alla trasmissione tv, con gli occhi della ragazza che scintillano di una gioia ineffabile.
Una regia dinamica, che privilegia i primi piani e il particolare, e regala a tratti qualche inquadratura memorabile.
Una splendida fotografia che esalta i paesaggi della Patagonia centrale, in quel tratto della Ruta 3 poco trafficato dai turisti e molto dai camionisti. Tra i film che ho visto ambientati in Patagonia questo è probabilmente quello più riuscito da un punto di vista paesaggistico.
Sorin si è servito di attori non professionisti, eccezion fatta per il personaggio di Roberto (che è infatti forse quello meno autentico). Il fatto che uno dei punti forti di questo film sia proprio l’interpretazione è un piccolo miracolo.
L’apatica espressività di Don Justo è eccezionale, e fatico ad immaginare una identica resa da parte del più consumato degli attori.
Quello sguardo carico di dignità ed esperienza non si può inventare dal nulla.
Solo la vita può forgiare due occhi come quelli di Don Justo.

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