Recensione su Hill Of Freedom

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Cinciuè puzzlè / 1 Settembre 2017 in Hill Of Freedom

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“Facciamo un po’ come ca**o ci pare!”, diceva Guzzanti anni fa. Una donna, Kwon, riceve un plico di fogli fogliosi. Sono di Mori, un japs japposo e moroso, che le racconta quel che ha fatto mentre l’aspettava (aspettoso), il plico cade, si sparfogliano i pagli e conseguentemente la storia, che perde l’ordine cronologico per divenire un susseguirsi di episodi di cui legami si trovano a mano a mano. Ad un certo punto: se non hai capito qualcosa, probabilmente si capirà tra 10 min. Riformulando, perché è una storia di pezzi da mischiare e ricomporre: Mori arriva a Seoul, cerca Kwon, una donna che amava due anni prima. Già un giapponese e un koreana, proprio una bella coppia, gente che si è sparata per secoli. They loved each other, poi è successo mboh! Kwon non è a casa, Mori nell’attesa affitta una stanza in una locanda dove arriva sempre in ritardo a colazione e conosce una serie di personaggi dell’angolo, come si dice. Lui parla solo japs o EN, quindi è anche una sorta di Lost in translation alla asian fusion. Tutti gli parlano EN e tutti, e si vede, hanno storie dietro su cui alle volte, e altre no, la luce spot si accende. Porte su piccoli universi che si aprechiudono. Mori ama Kwon, ma non disdegna di farsi la cameriera tenerella (molto più gnocca di Kwon) del bar dove la aspetta (pas mal du tout), legge libri sul tempo (che è il tema im-portante) e dorme un sacco (che del tempo è uno dei migliori utilizzi). Tutti si muovono sul proscenio di una Seoul irriconoscibile, rispetto all’immagine di metropoli che trasmettono in genere gli schermi che vediamo. Questo è un cantuccio, un piccolo angolo di periferia per delle piccole storie, fatto di case basse e modeste e tutt’intorno potrebbe esserci niente. C’è che l’ammmore alla fine rimette a posto i pezzi, e ascoltare gli asian che filosofeggiano in inglese, con i loro toni e accenti a noi strani, fa sempre molto ridere (ma meno dei francesi che parlano inglese). Menzione speciale per il fatto che in un film nippo-koreano la gente si beva caffè Illy.

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