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Recensione su Mezzogiorno di Fuoco

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Verrà il giorno, divampante come una fornace / 17 ottobre 2014 in Mezzogiorno di Fuoco

Il vero protagonista è il tempo, scandito da un orologio a pendolo, che inesorabilmente ci conduce verso il “mezzogiorno di fuoco” in un crescendo di tensione.
Il bianco e nero di Floyd Crosby è luminoso, accende i contrasti quasi a sottolineare lo zenit solare.
E poi c’è l’espressione tesa di Gary Cooper, con la sua mitica riga in parte, gli occhi inquieti e profondi, i solchi lungo le guance e il labbro inferiore leggermente sporgente; quel viso è una vera icona del cinema sulla quale giustamente si sofferma la cinepresa di Zinnemann, una scultura michelangiolesca.
Tutti gli altri – vili, indifferenti o impotenti al dramma dello sceriffo – sfigurano davanti al personaggio gigantesco e umano di Cooper; dal “giovincello col distintivo” Lloyd Bridges alla sensuale Jurado, fino alla principesca Grace Kelly che pur si rivaluta nel finale, sono tutti piccoli satelliti attorno alla grande stella.
Immortale la colonna sonora, con quelle percussioni stantuffanti e quel riff cantabile.

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