?>Recensione | Lei | Quanto c’è di originale in una...
  •    |    
  •    |    
  •    |    
  •    |    
  •    |    
  • Quanto c’è di originale in una miglior sceneggiatura originale?

Recensione su Lei

/ 20137.7773 voti

Quanto c’è di originale in una miglior sceneggiatura originale? / 25 marzo 2014 in Lei

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

L’idea e la conseguente domanda se si possa mai dire che un dispositivo meccanico pensi, o forse anche che provi sentimenti, o che abbia una mente, non è affatto nuova. La possibilità di imitare per mezzo di macchine, normalmente elettroniche, quanto più possibile dell’attività mentale umana, ha sempre affascinato non solo chi si occupa propriamente del settore di ricerca dell’IA, ma anche umanisti, filosofi, poeti (“I sing the Body Electric”) e buona parte della letteratura e cinematografia fantascientifica. Ne è un esempio il test di voight kampff di Blade Runner che ricorda l’idea nota come “test di Turing”, descritta nel 1950 dal celebre logico matematico Alan Turing nel famoso articolo “Computing Machinery and Intelligence”. Test che potrebbe essere brillantemente superato non solo dall’I.A. HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio ma anche, potete scommetterci, da Samantha, il sistema operativo protagonista del nuovo film di Spike Jonze. Il passo originale, e a mio parere poco sfruttato e per nulla analizzato, è che Samantha è un software. La premessa è interessantissima e avrebbe potuto sollevare parecchie domande veramente originali, o almeno non ancora così trattate in campo cinematografico. L’ idea che l’attività mentale sia semplicemente l’esecuzione di qualche sequenza ben definita di operazioni, spesso designata col termine algoritmo, è alla base dei programmi di ricerca dell’IA. L’hardware ( per buona pace dello spielberghiano David, il Mecha di “I.A. intelligenza artificiale” con un hardware da futuro modello) viene visto come relativamente privo di importanza (o forse anche del tutto privo di importanza) mentre unico ingrediente vitale viene considerato il software, cioè il programma o l’algoritmo. Qualche spunto in questo senso c’è stato: la riproduzione o simulazione della mente del filosofo Alan Watts del quale Samantha diventa amica, ricorda molto, non so quanto sia voluto, l’esperimento mentale del matematico Hofstadter che concepisce un libro di enormi proporzioni che contenga una descrizione completa del cervello di Albert Einstein. Di fatto il libro, essendo una particolare materializzazione dell’algoritmo che costituisce lo “stesso” Einstein, sarebbe in realtà Einstein. Ma Spike Jonze preferisce sfruttare questa originale idea in modo, a mio parere, poco originale. Non parlo dell’innamoramento, anche questa ottima idea e fulcro principale del film, quanto il volersi concentrare sui sentimenti di Theodore. Questo sposta la questione centrale del film dall’eventuale (originale?) domanda: “può un sistema operativo amare?”, alla domanda (meno origianle ma pur sempre di impatto) :”quanto sono veri i sentimenti che il protagonista prova benché essi siano suscitati in maniera artificiale da un computer, smartphone, servizi online, videogiochi di vario genere?” Se credere nell’esistenza di una cosa è condizione necessaria per provare emozioni per quella cosa, come possiamo, insomma, provare emozioni per cose che non esistono? Questione ancor più vecchia della prima. Ma non dispero: finché la gente che lavora all’IA non riesce a produrre un sistema, un robot in caso di vero trionfo, capace effettivamente di fare tutte le cose che una persona è in grado di fare, sceneggiature originali verranno sempre scritte.

Lascia un commento

jfb_p_buttontext