Recensione su Lei

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Delicato e potente / 11 Dicembre 2020 in Lei

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Film profondo e struggente che, come è stato già ampiamente detto, si focalizza sull’analisi della società postmoderna, con la sua corsa ad una tecnologia e scienza sempre più sofisticate e suggestive ma che ormai è quasi incapace di guardarsi dentro e ammettere che la maggior parte delle persone non sa instaurare valide relazioni umane e soprattutto sentimentali.
Tutto è avvolto da un’aura malinconica e quasi ovattata, con un curioso e originale contrasto tra la metropoli linda, lucente ed efficientissima, tutta palazzoni di vetro e acciaio, luci notturne e skyline e l’abbigliamento vintage dei suoi abitanti (qualcuno ha giustamente notato che si tratta di una moda anni ’70 dagli inconfondibili colori pastello).
Ho trovato un po’ idealizzata la personalità di Samantha: forse proprio perché Theodore è fondamentalmente incapace di gestire la conflittualità, gli imbarazzi e i tempi morti di una relazione “convenzionale” con una donna, l’intelligenza artificiale gli va incontro in tutto e per tutto, mostrandosi sempre paziente, gentile, aperta, empatica, divertente, brillante… un po’ “troppo” insomma, ma suppongo che l’effetto fosse totalmente voluto proprio per spiazzare lo spettatore e mostrargli quanto sarebbe semplice e confortevole avere un partener ideale (per l’appunto) che lo metta totalmente a suo agio. D’altra parte l’effetto “straniante” si fa più deciso in frangenti come la proposta del bizzarro rapporto a tre (quale fidanzata comune avrebbe lanciato di sua iniziativa un’idea simile? La maggior parte sarebbe stata contraria) e, ancora di più, quando Samantha mette in crisi l’idea di Theodore (qui epitome di tutta l’umanità) che l’amore possa essere esclusivo e totalizzante; forse solo una coscienza disincarnata e “sintetica” potrebbe avere abbastanza amore per più di una persona, ci dice efficacemente e per parte mia mi trovo abbastanza d’accordo, non essendo una che crede molto ai rapporti poliamorosi.
Il vero nocciolo del film resta però la solitudine che fa quasi da sfondo alle esistenze di ciascuno, dai protagonisti alle comparse che per la strada, sui mezzi pubblici o in ufficio riescono perlopiù a comunicare solo con i loro SO, e nonostante l’attaccamento che per essi si può sviluppare, Jonze sembra voler suggerire che non ci si può dimenticare che non si tratta di persone in carne e ossa, che non basta rifugiarsi in certe cose.
Come diceva Albus Silente, “non serve a niente rifugiarsi nelle fantasie, è dimenticarsi di vivere”, un concetto che trovo molto calzante per tutte quelle persone (vedi in Giappone) che vivono relazioni con personaggi di fantasia come quelli dei videogiochi, degli anime o dei manga, un qualcosa di molto simile a quanto visto in Her. Segno che questo è un fenomeno più attuale e vero di quanto non si creda.

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