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Recensione su Lei

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CYBER-AMORE / 23 marzo 2014 in Lei

E’ nata una discussione complicata e controversa durante il dopo-film, interrotta solo dalla tarda ora che si era fatta. Su quanto l’uomo sia e si senta solo. Su quanto sia più facile puntare su un’occasione “semplice”, plasmabile a proprio piacimento (un O.S. appunto), che impegnarsi a costruire qualcosa insieme a qualcun altro che non può piegarsi al nostro volere (un’altra persona/Catherine). Soprattutto dopo essere appena usciti da una storia d’amore importante. Che ci ha dilaniato il cuore e ci ha sfiduciato.

E’ dura dare per scontato che un sistema operativo, una sequenza di istruzioni e dati possa provare emozioni, possa flirtare, soffrire, rallegrarsi, evolversi come la concezione umana prevede. I computer non respirano, possono imitare noi nel farlo, ma non hanno bisogno di ossigeno per vivere. Ad un computer non batte il cuore. Un computer non si può toccare… un computer non è un essere umano, anche se ci sforziamo di renderli come noi.
E come da sempre la Natura comanda, due individui di specie diverse non possono accoppiarsi, o è comunque meglio che non lo facessero.

C’è tanta tristezza alla base di Her, e non parlo del sentimentalismo spesso un po’ troppo ostentato, che è lo svolgimento super-lineare della storia. C’è tristezza nel fatto che l’uomo debba appellarsi all’artificialità per trovare sostegno, conforto. Per non sentirsi solo. Nonostante quella in cui è ambientato il film, sia una realtà futuristica in cui la società umana vive praticamente in simbiosi con intelligenze artificiali umanizzate, che sono strumenti di compagnia, più che di utilità. Anche se è un contorno solo accennato, si dà da intendere questo. Che siamo dipendenti e legati a dei chip di silicio un po’ più evoluti di quelli che conosciamo ora.

E’ molto triste che Theodor abbia ripiegato il suo dolore dopo la perdita della moglie tanto amata (un’eterea Rooney Mara), in un O.S. in grado di crescere ed evolversi in base alle esperienze condivise col suo “padrone”. In grado di diventare la “moglie perfetta”, che lui sembra da sempre volere (non a caso è da riscontrare nei motivi del suo divorzio).
E questa cosa è innaturale, è sconvolgente. Un po’ come se scegliessimo il sesso dei futuri nascituri. E’ irragionevole per noi, semplici e incasinati esseri umani, legati a convinzioni, limitati in concezioni e sentimenti che un sistema operativo non può comprendere. Perché è oltre. E’ oltre la nostra natura di essere terreni. Un uomo è in grado di interagire e di amare una persona alla volta. Spesso solo una per tutta la vita… un O.S. no. E’ solo un agglomerato di informazioni. E’ qualcosa di astratto, di intangibile. Di diverso.

L’ultimo Spike Jonze ha dato vita ad un film da Premio Oscar ad alto impatto emotivo/psicologico, su cui ci si potrebbe parlate per ore, dato tutto quello che fa emergere.
Un film creato per sviscerare la natura più intima dell’uomo, del suo bisogno costante di essere felice, di non sentirsi solo. Solleva dispute sui rapporti uomo/macchina e su quelli uomo/uomo, messi in secondo piano rispetto ai primi in quella (e questa) realtà, sempre più individualista e solitaria.

Jonze si arma dell’inquietudine e del sorriso da bonaccione effemminato di Joaquin Phoenix, con i suoi baffi amorfi e i pantaloni ascellari, per spiegarci che non è facile, anzi è sempre più complicato, trovare un altro individuo indipendente e autocosciente che possa incastrarsi perfettamente con noi. E con le nostre evoluzioni. Che stia al passo con la nostra crescita, senza soffrirne né rimanere indietro.

La fotografia calda e l’abbigliamento retrò dai colori pastello, aiutano ad inscenare un film poetico ed elegante, per quanto ripeto, inconcepibile dal mio cervello, molto più affine alla controparte raziocinante impersonata da Rooney Mara.
Un’opera da una sceneggiatura geniale, ricca di sentimenti disparati, ma non perfetta nel suo essere troppo sdolcinata, lineare e buonista.

3 commenti

  1. Francesco / 23 marzo 2014

    @ilcinemasecondome Cappello giù. Bellissima recensione 🙂

  2. Ilcinemasecondome / 23 marzo 2014

    Mille grazie 🙂

  3. straight / 23 marzo 2014

    certe volte l’uso della parola riesce a raggiungere il volto dell’immagine. di fronte a questa recensione vorrei essere suono in fase neutrale tra i sensi che si esprimono. non il dove nè il quando, come un mio amico, non all’amore e nè al cielo. grazie grande. “perché è oltre” come dici tu. oltre gli accenti che caratterizzano gli individui autocoscenti esistono i luoghi caldi dei famosi dubbi di shakespeare… leggere e guardare per non essere. mi piace, yes, mi piace come se potessi essere un bluesman. perdonami se sono in battere o levare. ciao.

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