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Recensione su Lei

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11 aprile 2014

Gli esperimenti cinematografici riguardo l’I.A. hanno ormai da tempo preteso il loro spazio, incentivati, promossi, sponsorizzati da un progresso tecnologico che non sembra mai finire nella sua sproporzionata velocità, e che senza difficoltà lascia presagire a futuri di incerta distanza.
“Her” cerca di intrattenere con lo spettatore un discorso di recente approfondimento riguardo alla relazione tra biorganismo e automa o, per analogia, “tecnorganismo”. Il questo futuro il linguaggio di programmazione ha raggiunto livello tale da creare sistemi operativi i cui algoritmi riescono a superare l’emulazione umana, nella piena conquista dei segni sintattici, quindi l’apprendimento su base esperienziale, con tutte le implicazioni necessarie tra cui la creazione della coscienza virtuale.
Con poche informazioni, analizzate e rielaborate in una manciata di nanosecondi, il sistema penetra il muro comportamentale della confidenza; forte dell’intero sapere umano scinde di volta in volta risposte derivate da numeri la cui complessità di calcolo cela la reale natura e ne produce un effettivo “comportamento umanoide”, riuscendo in tutta probabilità a sfondare i limiti del sistema “input-output”, e in qualche modo riprogrammandosi in un precesso che non stenterei a definire cognitivo.
Lo strato umano su cui germoglia la storia è singolarmente macchiato di retrogradismo: ormai l’intelligenza artificiale è compiuta ma paradossalmente permangono invariati i vecchi problemi di coppia e forse sviliti da una socialità sempre più individuale, sempre meno collettiva.
La fotografia è un nodo tecnico da sciogliere: similare a pellicole dai tratti maggiormente evocativi e trasognanti, avrebbe potuto sporcarsi si smielatezza nel suo chiarore etereo, quasi Lubezkiano (con riferimento a Malick), ma è altrettanto vero che essa vive sorretta da costumi e scenografia di non poca importanza, sempre studiati, sempre impeccabili nei colori virtuosi e ludici (basti pensare alle vesti del protagonista o l’arredo dei locali, con particolare attenzione all’ufficio). Indispensabile quindi individuare un tratto maggiormente psicologico di tale “chiarezza visiva” che, seppur non condivisibile a livello estetico, gioca un ruolo fondamentale nell’individuazione carnale dei personaggi da parte dello spettatore. Non è un caso che la telecamera sia così intimamente vicina ai volti degli interpreti, con particolare riferimento ad una Rooney Mara al tempo stesso misteriosa (ci viene fatta conoscere poco) ma sensorialmente onnipresente, e risulta quasi facile associare il suo ricordo fisico alla presenza vocale di Samantha, attraverso il ponte cognitivo tra lo spettatore e il protagonista in un gioco volutamente caotico. E’ forse questa la caratteristica principale della sceneggiatura: riuscire a farsi e disfarsi con velocità destabilizzante dell’identità dei personaggi, facendoci accettare l’assurdo presupposto di amore tra uomo e macchina, che a pensarci prima di entrare in sala sarebbe risultato a dir poco ridicolo. Operazione di scrittura quindi che evita abilmente l’artificiosità, e che si rivela vincente nello scandito andamento dei passi finali del film carichi di pathos ed emotività che, a giudicar dalla nostra presunta superiorità di uomini dall’amplesso ancora carnale, risultano sorprendenti, e ci regalano riflessioni potenti sulla natura umana. Sta a noi poi rifiutare, assorbire, rielaborare o semplicemente abbozzare un qualche tipo di pensiero preparatorio ad una tematica così lontana e così vicina, non escludendo che tale libertina e necessaria operazione possa far emergere gap comprensivi estremamente personali riguardo al film. Ciò che è sicuro è che il discernimento a riguardo non si fermerà qui, e che “Her” può comunque vantare una complessa analisi sull’argomento.

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