Recensione su Heimat 3 - Cronaca di una svolta epocale

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24 settembre 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il lasso di tempo coperto dal terzo e ovviamente mai definitivo Heimat (ci sarà sempre un Heimat che vi sfugge da qualche parte, è una regola fissa) è quello dalla caduta del muro di Berlino all’anno 2000. A ritrovarsi, sono Hermann e Clarissa, cresciuti nel capitolo precedente (e invecchiati nei volti, 12 gli anni di distanza tra cap. 2 e 3) e sono affermati e ganzi e alla fine giovanilistici nonni, lui soprattutto, con la sua balda cresta bianca ed ergonomica. La famiglia Simon, e Schabbach, e l’Hunsruck, e tutte quelle parole incomprensibili e ridicolmente tedesche e basta per chiunque non abbia visto Heimat costituiscono la scenografia di questo ritorno alla radice, in un movimento ondivago che riporta inevitabilmente al punto di partenza. Al solito, c’è un fulcro fisico alle vicende raccontate, ed è la casa che Hermann e Clarissa si fanno costruire sul cocuzzolo, a dominare la valle del Reno. I mean, credo sia la valle del Reno. Intorno a loro le storie dei fratelli coltelli di lui, archetipizzazione di umane genti, il ricco industriale, l’eccentrico collezionista, dei figli, dei nipoti, quasi dei pronipoti! Il solito mosaico, cui si aggiungono gli operai della casa, Pippo, Pluto e Paperino, tutti. Pippen, Pluten und Paperinen, toh. Questo è in realtà il periodo in cui la storia si placa dei suoi eccessi, dopo la sbornia iniziale della caduta del muro, per cui lo spazio viene occupato dalle vicende dei personaggi a pitturare il contesto della Germania che si riunifica e più forte sempre diventa. Piuttosto impossibile da vedere come capitolo isolato, la forza della saga è nell’insieme, che costituisce una cronaca di Germania quanto e probabilmente più di un libro di storia. Non di tutte le Germanie, però jeez! Di un sacco. Perché a Edgar Reitz le cose piace spiegarle bene.

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