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Recensione su Harvey

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La cartina tornasole dell’animo umano / 21 febbraio 2017 in Harvey

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Appunti sparsi)

Harvey è un film assurdo. Non lo definisco tale per via della presenza/assenza del famoso coniglio gigante e parlante che gli dà il titolo, ma per la straniante atmosfera che lo pervade, in cui, all’elemento comico reiterato dalla caratterizzazione macchiettistica dei personaggi (a cui, indubbiamente, sfugge quello di Elwood P. Dowd interpretato da un calibratissimo Jimmy Stewart), si mischia un sottofondo perturbante legato al tema del disturbo mentale.

La mitezza, gli splendidi modi, la perenne disponibilità (“Tenete il mio biglietto da visita”, “Verreste a cena da noi?”) e il delizioso eloquio di Dowd sono, a tratti, inquietanti: Dowd è “così” perché è folle? Dowd ha sviluppato sul serio una dipendenza dall’alcool che condiziona i suoi comportamenti? Oppure, gli atteggiamenti di Dowd stridono in maniera tanto esagerata, quando si trova a contatto con le altre persone, perché sono gli altri ad avere dei problemi, costretti da convenzioni di varia natura che ne imbrigliano la mente e il cuore?
Durante un momento fondamentale del film, in cui (a seconda della percezione dello spettatore) questo nodo narrativo si scioglie o si stringe ulteriormente, Dowd dice: “Ho lottato con la realtà trentacinque anni, dottore, e sono felice di dire che l’ho vinta fuggendola”. Dowd sembra ammetter di aver rinunciato ad accettare e a “piegarsi” allo stato delle cose ben prima di aver conosciuto Harvey: ciò non presuppone che egli sia divenuto pazzo, in effetti, ma solo che abbia deciso di affrontare il mondo con una predisposizione diversa rispetto a quella dei suoi simili. Probabilmente, Harvey sembra gradire di stare con lui proprio per questo, mentre rifugge i veri folli, come il Dottor Chumley.

Il grande coniglio viene ritenuto tale non solo per via delle sue dimensioni, ma per la misteriosa empatia che trasmette al suo compagno. Dowd lo definisce: “più grande di qualsiasi cosa che gli altri offrano a me”. Harvey travalica il concetto stesso di realtà, ponendosi al di fuori di ogni categoria di definizione legata all’esperienza sensibile.
Il fatto che si tratti di un pucka, una sorta di spiritello benigno derivato dalla tradizione celtica e norrena, mi ha fatto venire in mente il romanzo American Gods di Neil Gaiman, in cui si narra di interi pantheon trasferitisi dal Vecchio al Nuovo Mondo con i migranti. Chi ha trasportato negli Stati Uniti, mantenendone vivo il ricordo se non il culto, il primo pucka? La purezza d’animo di Dowd ha un che di primitivo: la sua gradevole apertura e disposizione d’animo verso chicchessia fa di lui una sorta di uomo primigenio, incorrotto, l’unico -pare- a cui il pucka sia disposto a donare la propria compagnia. Harvey è la cartina tornasole dell’animo umano.

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