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Recensione su Happy Family

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17 febbraio 2011

Una commedia divertente e leggera, ma dichiaratamente ispirata dalla paura; non da una in particolare, da quella paura indefinita: malinconia, sconforto, incertezza, quel sentimento appiccicoso nel quale siamo immersi. Tutti i personaggi hanno paura di qualcosa: di annoiarsi, di essere felici, di puzzare, di morire, di crescere, di svegliarsi disamorati o omosessuali.

Ci sono due sedicenni decisi a sposarsi; c’è la famiglia di lui, alto-borghese, e c’è la famiglia di lei, post-fricchettona. C’è uno scrittore che racconta la storia; c’è un cane; c’è una bicicletta; c’è Milano. Una Milano che ha due facce; la prima è quella su cui si muovono le vicende dei personaggi: costruita, falsa, dipinta con i colori squillanti dei musical anni Cinquanta; la seconda è quella reale, in bianco e nero, accompagnata dalle note di Chopin. Il film procede allo stesso modo, per contrasti, tra finzione e realtà, tra gag e inquietudini, battute e batoste.

Caratterizzato da una cura artistica e produttiva superiore alla media, il film riflette anche sull’idea di famiglia cinematografica – quella di Salvatores – rappresentata da Abatantuono e Bentivoglio, nella loro forma migliore: giovani viaggiatori senza frontiere in Marrakech Express e oggi padri di famiglia, ugualmente disponibili alle avventure che la vita offre loro.

1 commento

  1. Andrea / 22 aprile 2011

    daccordo su tutto, in particolare anche a me ha fatto la stessa impressione vedere bentivoglio e abatantuono invecchiati diventare ancora una volta “amici”.

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