Recensione su Happy End

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Sotto la pelle / 19 Aprile 2019 in Happy End

All’epoca dell’elaborazione e delle riprese di Happy End, i dintorni di Calais erano una specie di inferno in terra. Da tempo, intorno alla città, che da secoli è uno snodo portuale fondamentale tra Francia e Regno Unito, gravitavano baraccopoli di disperati che, perlopiù clandestinamente, tentavano di attraversare la Manica via mare o sfruttando il famoso tunnel sottomarino. Poi, intorno al 2015, uno di questi agglomerati di ricoveri di fortuna senza servizi ed elettricità salì agli onori della cronaca per via di significativi sgomberi e ricollocamenti coatti dei suoi occupanti (più di 7000 persone). L’accampamento di rifugiati e migranti affacciato sulle coste atlantiche protagonista delle cronache e smantellato nel 2016 si chiamava “Giungla”, un nome che è davvero tutto un programma.
Passata la bufera, oggi, i media non ne parlano praticamente più, ma intorno a Calais e nei porti limitrofi continuano a sorgere, a smembrarsi e a ricostituirsi luoghi come quello.

Happy End si svolge in quei posti, ma nel film di Haneke non viene mostrato nulla (compaiono fugacemente alcuni migranti, ma non hanno quasi volto), nonostante ribolla sotto la pelle, come una malattia, come il virus che contagia i membri della famiglia Laurent, protagonista del film, senza che alcuno di essi provi a curarlo. La Calais di Haneke è luminosissima, bianca e azzurra, algida e graziosa, il nido di una famiglia ricca e numerosa che non vede né al di qua, né al di là della propria porta.

Lo sguardo dello spettatore mediato da Haneke è quello di Eve (Fantine Harduin), se non del suo smartphone, la puberale e glaciale protagonista, tarata dal male che affligge tutti i Laurent: l’anaffettività.
Tra di loro c’è tolleranza, sopportazione, ma mancano di empatia, affetto e rispetto. Sono ben lontani da tutto ciò che, per convenzione, dovrebbe identificare un essere umano. I Laurent sono spaventosi, sono inumani.
I fratelli Anne (Isabelle Huppert) e Thomas (Matthieu Kassovitz) sono professionisti rispettabili, capaci nelle loro attività, ma inabili nel gestire i rapporti affettivi. Silenziosamente, seminano dolore, indifferenza, distruzione.
Anne ha un legame morboso con il figlio Pierre (Franz Rogowski), acquiescente ma indocile. Thomas mette in piedi famiglie e genera figli quasi distrattamente. Cortesi e munifici, hanno un atteggiamento paternalista nei confronti dei “sottoposti”. Sembrano aver ereditato questa propensione all’egoismo dal padre Georges (Jean-Louis Trintignant), innamorato della morte come la nipote Eve.
Due generazioni a confronto che si somigliano spaventosamente.
Quella della morte è l’unica idea che sembra risvegliare entrambi da una profonda apatia nei confronti di un mondo che, a pochi passi da loro, urla.
Curiosamente, questo Georges sembra una versione alternativa (cioè, presente in una realtà alternativa) di un altro Georges di Haneke e Trintignant, quello di Amour. Anche lì, poi, c’era una Eve, interpretata (olé) dalla Huppert.

Tecnicamente, Haneke si conferma autore riconoscibilissimo, ma mai lezioso. Il silenzio e la fissità sono le sue cifre principali. Ormai, lo sappiamo: quella che mostra è una calma apparente che riveste a fatica, come una coperta lisa e corta, veri e propri abissi.

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