Recensione su Hannah Arendt

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30 Gennaio 2014

Asciutto, ben girato, molto ben interpretato. Non è un film biografico, racconta un momento, la partecipazione al processo Eichmann e la stesura degli articoli che saranno compendiati ne La banalità del male, restituendo un soggetto a tutto tondo, una donna anticonvenzionale, sicura fino al limite dell’arroganza delle sue tesi, in bilico fra le identità che esplodono nel novecento (tedesca, ebrea, apolide, statunitense, tutto e nulla), pronta a rischiare e votata al culto dell’esercizio del pensiero. E ci racconta il polverone che le famose 10 paginette scatenarono negli ambienti intellettuali tout court, ma soprattutto ebraici. La Arendt è una donna passionale, con una vivace vita privata sicuramente fuori dall’ordinario, piena di affetti ed amicizie, integrata nella società statunitense, ma percepita sempre come l’Europea, sempre portata al confronto con la propria identità ebraica e consapevole dei limiti estremi dell’essere umano. Sembra quasi che la tesi di fondo della sua vita privata, ossia la consapevolezza del limite dell’uomo, della sua inadeguatezza, della sua incapacità di essere assoluto (quindi nè ottimo, nè pessimo), le faccia comprendere prima degli altri come non esista appunto radicalità, ma banalità, minimalismo, massificazione, medietà in tutte le espressioni umane. E per questo brandisce il pensiero come argine, come strumento per discernere non il vero, ambito della scienza semmai, ma di volta in volta il bene dal male.
Mi è piaciuto molto anche il rapporto con gli studenti: quando cercano di licenziarla lei obietta che ha tantissimi iscritti ai suoi corsi. Ecco questo mi ricorda, da europea, il fatto che l’istituzione universitaria nacque così, un gruppo di persone si aggregavano per pagare un qualcuno per insegnar loro le varie discipline.

Altro fatto: sì, ci sono due processi nel film, quello ad Eichmann e quello alla Arendt, poi reificato nella autodifesa in aula. Fra i due processi c’è un filo rosso che è specularmente reso, ossia l’autonomia di pensiero, il pensare. Eichmann è inchiodato alla sua presunta rinuncia a pensare autonomamente (da cui dipende la responsabilità individuale. Altro discorso è il senso del contesto, dell’educazione, della contingenza sociologica/culturale che crea l’aberrazione, tema delle tesi della Arendt), lei è investita dagli attacchi proprio per la sua ostinazione a pensare, anche a fronte dell’aver pensato cose diverse rispetto all’opinione imperante: insomma la Arendt è accusata di aver fatto quello che non riuscì a fare Eichmann (con le debite, ovvie, differenze). E qui mi sembra che abbiano senso i flash back su Heidegger (altrimenti un po’ inutili, se non alla luce del suo rapporto con Jonas): Heidegger viene ripreso durante una sua lezione in cui insegna l’esercizio del pensiero, lei lo impara alla grande, lui non lo mette in pratica, è questa l’accusa che lei gli fa dopo tanti anni, metterlo in pratica significa anche esporsi pubblicamente. E lei invece sì che lo fa, coerentemente.

Mi è piaciuta inoltre la descrizione del sesso, dell’intimità e dell’amore in età avanzata.

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