Recensione su Hammamet

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Hanno speso tutto per Favino / 19 Gennaio 2020 in Hammamet

Come ha detto sarcasticamente il mio compagno di poltrona, a fine film: “Hanno speso tutto per Favino”.
Severo, ma giusto. Perché, davvero, Hammamet di Amelio sembra aver investito ogni risorsa, formale ed essenziale, nell’interpretazione (invero, impressionante) di Pierfrancesco Favino nel mimetico ruolo di Bettino Craxi. L’attore è Craxi nei gesti, anche quelli minimi, nelle pause e, incredibilmente, nella voce. Sotto l’impegnativo trucco prostetico e, al di là dello studio accurato sul personaggio, Favino è molto visibile, riconoscibile, e, anche per questo, la sua prova artistica è davvero insuperabile. Ha reso l’ex leader del PSI tridimensionale, proponendo allo spettatore una versione rediviva di Craxi, con tutta la sua ruvidezza e la sua statura, fisica e politica.

Per il tono di voce, per la postura, per la competenza culturale e la propensione all’aforisma, al motto, per la capacità di manovrare con sapienza l’oliata macchina politica, partitica, finanziaria e tangentizia, per la machiavellica propensione a giustificare il malaffare con le necessità di partito, Craxi era un vero leader, un puro condottiero della Prima Repubblica. E se c’è un merito particolare che riconosco a questo film di Amelio, a mio parere imperfetto ed esageratamente simbolico nella sua rappresentazione dei fatti a favore di una ricostruzione quasi metafisica, trascendente, della Storia, è la capacità di rendere palpabile la condizione della latitanza craxiana, una gabbia a cielo aperto di cui Craxi sembra patire i confini come una fiera (ferita) in cattività.
Efficace anche la sequenza con Renato Carpentieri, il nemico-amico dell’opposizione con cui Craxi snocciola i principi utilitaristici del sistema di finanziamento ai partiti e si confronta sulle vicende di Tangentopoli (evento mai nominato esplicitamente) e sul disfacimento dello status quo.

In questo racconto, nessuno è univocamente qualcuno e la cosa non mi è piaciuta. Pure Craxi, riconoscibile e incontrovertibile come nessun altro, qui, non ha un nome certo: per tutti, è Il Presidente.
A parte la figlia Anita (ma la vera figlia di Craxi non si chiama così), il personaggio interpretato da Cederna (Vincenzo, pare riferito a Balzamo, che, però, a dispetto di quanto accade nel film, non è morto suicida) e al figlio di lui, parenti e amici non hanno un’identità, un nome preciso con cui indicarli. Perché? A che pro? Fatico davvero a comprendere questa scelta narrativa, perché non ravvedo nel film una vera metafora. Pure, ne convengo, non è una scelta completamente estranea ad altri film, come il recente Loro (2018) di Paolo Sorrentino, per cui, all’epoca, non ho battuto ciglio perché, ai fini narrativi complessivi, mi era parsa più “utile” e “sensata”.

Il simbolismo del film di Amelio, poi, non mi ha convinta (vedi, l’insistito parallelo con i soggiorni e gli ultimi mesi di vita di Garibaldi a Caprera: ma, in primis, Garibaldi non era latitante, sulla sua isola) e il ruolo del fragile Fausto mi è sembrato delineato in maniera inconsistente come l’interpretazione dell’attore a cui è stato affidato (Luca Filippi).
Ho letto un commento al film di Enrico Magrelli in cui il critico ravvisa l’esistenza di un filo conduttore tra il primo lungometraggio di Amelio (Colpire al cuore, 1982, tra i miei preferiti di Amelio visti finora), che parlava di lotta armata e generazioni senza padri, e questo ultimo lavoro, proprio grazie al personaggio di Fausto. Là e qui, il figlio “orfano” si chiama così e, in entrambi i casi, si tratta di un giovane alla ricerca di un’identità legata e -eppure- sconnessa (d)alla realtà sociale e politica contemporanea. Posto che esista questo leitmotiv, quasi non ritrovo la stessa felice mano di Amelio di allora, la stessa lucidità, insomma, la stessa efficacia nell’uso metaforico del personaggio e dei temi generali: nel (possibile, perché non so se fosse questo il suo scopo) tentativo di mostrare la genesi del caos sociopolitico italiano attuale, conseguito al (necessario) tentativo di smantellamento di un sistema corrotto, mi pare che Amelio manchi l’obiettivo, limitandosi, a conti fatti, a mostrare il tenace attaccamento di un uomo a un ideale (e a un interesse) in forma di tragedia greca.
Il che, di per se, non sarebbe un problema, se non fosse che, curiosa di vedere come un autore attento come Amelio avrebbe trattato una materia sì scottante, forse, mi aspettavo meno docilità nei confronti del soggetto. Insomma, senza Favino che fa Craxi, cosa sarebbe stato di questo film?

2 commenti

  1. TraianosLive / 10 Maggio 2020

    @Stefania non lo so…personalmente mi ha distratto questo contrasto tra reale e irreale visto che il realismo alla fin dei conti è limitato alla somiglianza di Favino con Craxi. Forse con un “Bettino Grassi” il film sarebbe stato meno attrattivo ma più coeso.

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