Recensione su Ave, Cesare!

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Scegliere il Cinema / 11 Marzo 2016 in Ave, Cesare!

La sensazione, dopo aver ammirato l’ultima sfuggente inquadratura di Ave, Cesare!, è che si abbia assistito ad uno dei film più leggeri, o intenzionalmente leggiadri, dei fratelli Coen. Senza quella cattiveria ficcante di certi dialoghi, quelle smodate riflessioni filosofiche, quelle irriverenti analisi sull’essere umano, sulla sua mestizia ed inettitudine, o quelle sempre percepibili eversioni e fraintendimenti della realtà, della loro filmografia. Ci lascia interdetti, quindi, ma non di meno di quanto faccia quel mondo cinematografico della Hollywood anni ’50 che il film racconta, in modo tanto completo ed estremamente esauriente. E non di meno, soprattutto, di quanto il film voglia, solo apparentemente, celare.
Si potrebbe vederlo, quindi, quasi come un documentario Ave, Cesare!, se pensiamo a quanto riesca ad entrare e sviscerare sottigliezze, gerarchie, costrutti mentali, logiche di mercato, e di denaro, di quell’industria del cinema; se pensiamo al pragmatismo che i Coen mettono nelle loro tesi, all’apparente materialismo di fondo basato principalmente su istanze e sistemi di profitto.
Abbandonano il gusto della forte narrazione lineare che contraddistingue le loro sceneggiature, e questo personale discorso meta cinematografico si fa slegato, composito, e per lo spettatore a tratti slegante: ma il pregio sta, appunto, nel riuscire a presentare le tante teste di finzione del mostro Cinema, dal western imbellettato, al possente film storico e di costume, passando per il musical alla Gene Kelly, per la commedia dai toni scanzonati e melodrammatici, arrivando anche alle fantasie acquatiche alla Ester Williams; di mostrarci quindi i bei volti, le star, i loro capricci, ma di più: di mostrarci la cartapesta che si cela dietro la finzione, che crea, anzi, la finzione, così come le scenografie, le esigenze di registi macchiettisti, e ancora, i fondali, i costumi, e i soldi che fanno girare tutto il meccanismo generale. All’interno di questo mondo, identificato nella Capitol (major fittizia) erra tra i vari studi, uffici, e camerini, il protagonista principale della vicenda, Eddie Mannix, il factotum, il fil rouge e collante narrativo del mix imbastito dai Coen, ma anche il collante che tiene in piedi tutta la “baracca” di questo cinema-impresa.
Così il gioco dei Coen pare chiaro, manifestare ciò che si cela dietro la maschera cinema: c’è un cinema che prende a schiaffi le derive idealiste, per tornare con i piedi per terra, nelle sue logiche meschine, ma necessarie, dell’impiego di denaro, quindi del profitto, degli incassi, a discapito di discorsi filosofici o di congetture politiche. Un cinema che non si interroga sulla sua natura, divina o umana, onirica o reale, ma che gli interessa come appare, se è credibile, se regge, se sta in piedi. Che dentro i suoi confini non è importante saper recitare, ma piacere al pubblico, essere desiderati; non conta il personaggio che porti in scena, ma se questo personaggio è coerente con la tua immagine di vita privata. Si spegne così facilmente anche il contenuto di un monologo spiazzante, che lancia un messaggio di novità assoluta, di una filosofia congenita e totalizzante, di una profondità così vasta da coprire ogni vuoto esistenziale, quando manca l’ultima parola, “Fede”, e tutto si rivela, ancora una volta, finzione.
Il quadro appare spietato, nichilista, e anche quella che dovrebbe essere la vera funzione del cinema, viene spesso palesata in toni sarcastici dalla voce fuori campo del film: di quel “macchina dei sogni” quindi il film dei Coen ci porta, inesorabilmente, a porre l’attenzione su “macchina” quanto invece su “sogni”.
Ma, attenzione, queste non sono sentenze. Sono costatazioni, realistiche, e anche verosimili, perché no, del cinema di oggi, che per tanti aspetti sembra rimasto impantanato a più di 60 anni fa, e che ha divorato (il mostro, appunto) la speranza del proprio futuro. Ma servono a suscitare il contrario di tali tesi, a cercarlo, a desiderarlo, a credere che ci sia, e a testimoniarlo; servono, infine, a stimolare un altro punto di vista, e a porre l’attenzione sulla vera essenza del Cinema. Al centro di Ave, Cesare! non ci sono solo balletti o vuoti dialoghi, scoop giornalistici, o verità nascoste sotto il tappeto, ma c’è una scelta da fare: Mannix (un perfetto Josh Brolin nel ruolo) è tentato dall’offerta di lavoro faraonica della Lockheed, una corporation che effettua test nucleari: e rappresenta il puro, essenziale, ed esclusivo, business. Ecco, allora, che il Cinema viene messo a confronto con la logica del denaro nuda e cruda; viene posto in una delle due diramazioni che seguono un incrocio. Viene messo nella condizione di essere scelto. Il film si apre e si chiude con l’inquadratura di un crocifisso, simbolo cristiano della via più difficile, più faticosa, e dolorosa. Mannix ci fa intendere che la sua vita è più complicata rispetto a quella che potrebbe prospettarglisi. Ma, afflitto dai dubbi, infine la sceglie di nuovo. Sceglie il cinema, poco importa che dietro la maschera si celi tutto quel pragmatico, se non necessario, mondo materialistico. Meglio la bellezza di un fotogramma di un film, che la foto di un fungo di un’esplosione di una bomba all’idrogeno. E scegliere, si sa, significa amare. I Coen amano il cinema, ci chiedono di fare lo stesso, dopo avercelo mostrato essenzialmente umano, e non divino. Non è la via più facile. Ma è la via della salvezza.

2 commenti

  1. paolodelventosoest / 12 Marzo 2016

    Recensione esaustiva che evito di bissare. Devo dire che questo si presenta subito come un “Coen minore”, non rientrerà nel novero dei capolavori della weird couple di Hollwyood, ma è pieno di spunti interessanti; Brolin faccendiere ha qualcosa del Ray Donovan della serie Netflix (ma non c’è storia, eh: Brolin è Brolin), il giovane Hobie è il personaggio divertente – anche se il doppiaggio italiano secondo me tende a sottolineare troppo la parlata da cow-boy rendendolo un po’ innaturale – la Johanson fa davvero un cameo quasi irrilevante. Channing Tatum, ragazzi, è un ballerino con i controfiocchi, quanto mi è piaciuta (e ho la sensazione sia piaciuta un po’ a tutti) la scena del ballo dei marinai.
    C’è perfino un momento wesandersoniano: Channing Tatum, il cagnolino e il sommergibile sotto la luna.

  2. Peter Lee / 14 Marzo 2016

    Ammazza che recensione,bravo bene bis.Detto tutto.Personalmente la scena del ballo dei marinai l’ho trovata fantastica,e a quanto pare non solo io..-)

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