Recensione su Ave, Cesare!

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Atto di Fede / 16 Marzo 2016 in Ave, Cesare!

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Questo film dei Coen è la rappresentazione di un Atto di Fede (e, per estensione, di fedeltà) nei confronti dello strumento cinematografico: vuoi tu credere, vivere e morire per il Cinema, accettandone compromessi, follie, ipocrisie, divertimenti, sfide, senza mettere in discussione alcuna delle sue assurde peculiarità? Dì, lo voglio, o esci da questa sala.

I Coen chiedono questo sia a Mannix che allo spettatore: è emblematico che il personaggio (ben) interpretato da Brolin sovrapponga alla Fede religiosa quella per la Settima Arte, ispirato, nel confessionale, dalla frase del prete: “Dio vuole che tu faccia la cosa giusta”.
Altrettanto significativo è il fatto che sia la parola “fede” a sfuggire al consumato attore interpretato da Clooney: egli, sbarellato da richiami tentatori, sta per smarrire il ricordo della tacita promessa fatta quando è assurto al ruolo di star che nasce e vive grazie alla fagocitante macchina dell’esposizione cinematografica. Due schiaffoni ben assestati lo puniscono fisicamente, ma la prova del fuoco è quella sul set: l’attore ha smarrito la Fede, non la trova più nella sua anima, è distratto, non può ricordare quel termine preciso, perché non gli appartiene più e chissà se mai lo farà ancora suo.

Chiaramente, Ave, Cesare! è un omaggio dei Coen ad un mondo che gli appartiene e a cui appartengono, un atto d’amore per la macchina dei sogni con cui sono cresciuti e che, negli ultimi 30 anni, è cresciuta anche grazie a loro: della Hollywood delle grandi produzioni di metà Novecento, i due mettono in scena con dovizia di divertiti particolari la magnificenza e le bassezze, la grande professionalità e l’improvvisazione mediocre.
Purtroppo, l’operazione complessiva incide meno di quel che potrebbe e confesso che, a distanza di diversi giorni dalla visione del film, non mi è ancora del tutto chiaro il perché.
C’è qualcosa di poco convincente, in fondo. C’è la sensazione, forse, che si tratti di un’operazione cinematografica troppo fine a se stessa, una messinscena che svela segreti di Pulcinella con un’ironia a tratti troppo artificiosa (vedi, il congresso domestico tra filocomunisti e la partenza di Channing Tatum).

Se, effettivamente, con questo lavoro si chiede allo spettatore di dimostrare la propria affezione spassionata, la cieca obbedienza al mezzo, riconosco -ahimé- di essere un’infedele, incapace di scendere completamente a patti con un lavoro tecnicamente ineccepibile, ma paradossalmente povero di quell’emozione che nasce a cospetto di quel che si dice “un bel film”.

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