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Recensione su La battaglia di Hacksaw Ridge

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Interiora e crisi di coscienza / 4 febbraio 2017 in La battaglia di Hacksaw Ridge

Impressionante sarebbe la parola giusta. Ma forse a impressionare, oltre a quel gusto tutto suo di inquadrare topi che si cibano di interiora spappolate, è la capacità di Gibson di riemergere dal torbido delle sue vicende private e dirigere un film di questo spessore. La storia dell’obiettore di coscienza Desmond, in un mondo violento e virile come quello militare, sembra perfino una esagerazione almeno fino a quando non compaiono le classiche didascalie finali in cui tutto prende la luce del reale; anzi, il protagonista stesso ci rende perfino partecipi di alcuni importanti ricordi che sono pari pari la sceneggiatura. E qui, con un po’ di cattiveria, si potrebbe anche dire che Mel Cuore Impavido ha avuto paura di perdere la fiducia dello spettatore (indubbiamente messa alla prova dopo il calcio da shaolin soccer per salvare i propri compagni da una granata), aggrappandosi all’appendice documentaristica. Ma tant’è, una storia di nonviolenza nell’inferno omicida è pur sempre una grande lezione di umanità.
Andrew Garfield è certamente ottimo nella parte, ma sostenere che qui sia meglio rispetto al padre Rodrigues di Silence beh no, non direi proprio. I suoi tormenti interiori qui vengono facilmente condivisi dal pubblico perchè si rivela ben presto un eroe anche senza bisogno di imbracciare un fucile; con padre Rodrigues l’interpretazione è decisamente più complessa perchè la crisi spirituale resta privata, non dà facile empatia, non può dimostrare nulla di eroico ma soltanto subire l’inesorabile annichilimento.

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