Recensione su Habemus Papam

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Habemus cinema / 25 aprile 2011 in Habemus Papam

Benché il Caimano abbia attirato tanta attenzione per le implicazioni quasi profetiche sulla situazione politica italiana e mai come in questo periodo si torni a citarne soprattutto il finale, “Habemus Papam” è senza dubbio un film più completo, artisticamente ispirato e compatto.
Il forte impegno civile e politico del regista aveva generato un’opera significativa ma frammentaria curando meno che in passato l’aspetto puramente cinematografico, che invece Habemus Papam riporta in primo piano.
Tanto che, a mio avviso, l’elemento che crea le maggiori reazioni “politiche” e cioè la presunta critica feroce alla chiesa cattolica, non pare giustificato poichè il conclave è preso a simbolo della ritualità, tradizione e solennità religiosa che sovrastano l’individualità dell’uomo Melville. Il ruolo del conclave avrebbe potuto essere sostituito da qualunque rito ebraico o musulmano di analoga rilevanza, se avesse fatto parte della cultura e dell’esperienza del regista.

Al Moretti di H.P. sta invece a cuore il rapporto fra un uomo e la responsabilità schiacciante che lo ha proiettato al massimo vertice senza quasi che egli se ne accorgesse o quando comunque era troppo tardi per opporre “il gran rifiuto”. A questa dimensione umana Michel Piccoli, per troppo tempo assente dagli schermi quanto meno italiani, porta il suo determinante contributo espressivo, interpretando lo smarrimento, la fragilità, anche il panico dell’anziano che sente all’improvviso sovvertire il fulcro della propria esistenza fino a quel momento sufficientemente serena nel proprio sostanziale anonimato.

E’ un bell’insegnamento in un’epoca in cui l’assurgere e sentirsi al vertice a prescindere dalle qualità possedute pare diventato un valore assoluto da perseguire con ogni mezzo; e giacché ciò che più conta non è l’essere ma l’apparire, chi mai si sogna oggi di fare un passo indietro e dichiarare di “non sentirsi all’altezza”? Ha il coraggio di farlo (e soprattutto di confermarlo) il cardinale Melville suscitando la costernazione di chi lo circonda ma al tempo stesso la liberazione dal peso della propria ansia.

Un’ultima considerazine relativa al personaggio dello psichiatra cui sono affidati i morettismi, tutto sommato contenuti, della sceneggiatura. Sembra giunto il momento in cui Moretti, come Woody Allen, potrebbe finalmente liberare il proprio cinema da Michele Apicella in tutte le sue versioni, defilandosi in un ruolo non protagonista come già sta cominciando a fare per poi passare definitivamente dietro alla macchina da presa che è la cosa che gli riesce meglio.

1 commento

  1. tiresia / 26 aprile 2011

    I giornali ci marciano un po’, senza il sensazionalismo non si vende più nulla. La Chiesa e suoi adepti scemotti si trincerano in una chiusura che per i secondi è solo questione di limitazione mentale per la prima è quasi vitale: il mistero, l’adamantina verità che la chiesa vuole mostrare è insità nell’assolutismo dei monotesmi ch enon ammettono debolezze, crepe, dubbi insomma. Tragico, ma anche spiegabile

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