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Recensione su Habemus Papam

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18 aprile 2011

Buon film, forte nella sua disarmante e leggera mancanza di conclusione.

Sin da subito si capisce che la scelta del vaticano, della gerarchia ecclesiastica, è una scelta stilistica (lo diceva anche Wilde, la chiesa cattolica è insuperabile nei suoi riti), ma anche contenutistica, perché il potere del papa è potere assoluto (uno dei pochi sovrani ancora con potere assoluto, ribadito e rivendicato da quel Woitila venduto bene in altre maniere dal sistema ecclesiastico) e, in quanto portatore di certezze religiose, granitico scrigno di verità. Ma Moretti in poche scene spariglia tutto, il conclave ha scene bellissime perché la cinepresa mai si solleva oltre il livello dell’inferno e del purgatorio di Michelangelo, mai si alza verso il gesù giudicante: questa è una storia di uomini, non una storia di verità ultraterrene, di discussione su posizioni ideologiche su fede e ragione, qui si parla dell’uomo.
Quindi ecco il dubbio, ma non sulla fede (lo dice Melville che la sua non è una crisi religiosa), ma sul ruolo, sulla posizione nel mondo, sul fare ed essere qui, tutti i giorni. Ed è una crisi che riguarda un uomo anziano che rivede se stesso non come uomo di chiesa, ma come fratello, figlio, giovane che voleva fare altro, insomma come persona laica comune, Melville cerca quel se stesso.
E’ una commedia e si ride, Moretti non ci fa perdere il suo morettismo che è gustoso, per alcuni irritante. Molto ha fatto parlare il torneo di pallavolo che io ho trovato in sintonia con il morettismo di cui prima e che contiene una scena estremamente bella sia dal punto di vista religioso che dal punto di vista laico: la gioia di tutti al primo punto segnato dai perdenti, ossia da quell’oceania schiacciata dall’incompetenza sportiva e che dice molto sugli ultimi, religiosamente, e sullo spirito dello sport, metafora forte in Moretti.
Che dire della rinuncia? Nei suoi film si tende a cercare il segno dei tempi, e Moretti, piaccia o meno, è riuscito spesso a coglierlo lo spirito dei tempi: qui si narra dello smarrimento e dell’umiltà, del vuoto di potere che non sa dare risposte (il balcone vuoto è davvero bello), della mancanza di risposte e del bisogno di esse, ma soprattutto della volontà di non assumersi l’onere, il rifiuto del potere, l’inadeguatezza a gestirlo proprio perché dubbiosi, fragili, dolci, pieni di ottimi sentimenti, lì dove il potere non può prevedere queste qualità.

E’ un film astratto, assolutamente irrealistico, totalmente romanzato, perché pieno di invenzioni, di costruzioni forzate, di eventi improbabili, con una rappresentazione molto tenera della vecchiaia con tutti quei cardinali ridotti a bambini gaudenti, buoni e fragilissimi come il loro papa, spaventati e gioiosi, un inno alla vita in fondo, dal punto di vista della terza età. Perché le gerarchie ecclesiastiche si arrabbiano? Mah! Fa più paura uno sguardo dolce su di loro, e palesemente inventato, che la rappresentazione sanguinolenta e crudele di certo altro cinema. Ma ovviamente Moretti fa pensare, gli altri no.
Per il resto mi è sembrato un pochino inconcludente, con molti spunti abbozzati, tipo il senso della rappresentazione, il senso della teatralità del potere e della vita: già il funerale (per non parlare dell’imminente beatificazione) è puro teatro, rappresentazione funzionale alla gestione del potere, così la guardia che finge con tutte le sue mosse la presenza del papa, per non dire dell’evidente citazione di Cechov e dei ricordi di Melville: lui che non ha potuto farlo professionalmente, l’attore, ha recitato in tutta la sua vita?

2 commenti

  1. ubik / 25 aprile 2011

    Ottima analisi che condivido assolutamente.

    Mi chiedo come mai nella tua recensione, in quella che ti precede e nella mia che è ultima arrivata ma (giuro) non avevo ancora letto le vostre… si ribadisca il medesimo concetto che qui si parla soprattutto del rapporto uomo/responsabilità e non di una feroce critica alla chiesa cattolica, scelta “stilistica” come giustamente rilevi…

    …come mai, dicevo, noi abbiamo recepito questo ed invece sui giornali si scatenino polemiche da guerre di religione, fino al degradante tirare in ballo i finanziamenti (che è l’argomento basilare di questi anni volgari: chi paga? chi ci guadagna? Perché dobbiamo finanziarlo anche coi nostri adorati eurini??)

    Il film nei temi alti che tocca può anche lasciare insoddifatti, essere criticato, ridimensionato dal confronto con altre voci più austere, ma non merita tutto questo…!
    E neppure noi.

  2. tiresia / 26 aprile 2011

    I giornali ci marciano un po’, senza il sensazionalismo non si vende più nulla. La Chiesa e suoi adepti scemotti si trincerano in una chiusura che per i secondi è solo questione di limitazione mentale per la prima è quasi vitale: il mistero, l’adamantina verità che la chiesa vuole mostrare è insità nell’assolutismo dei monotesmi ch enon ammettono debolezze, crepe, dubbi insomma. Tragico, ma anche spiegabile

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