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Recensione su I viaggi di Gulliver

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14 settembre 2014

Un adattamento cinematografico molto tradizionalista, quanto allo stile, del classico di Jonathan Swift. Quasi non pare di esser di fronte ad un’opera della seconda metà degli anni Novanta.
Le differenze di impostazione, rispetto al romanzo, sono molteplici e coinvolgono la stessa struttura di fondo: a differenza del libro di Swift, Gulliver ritorna a casa dopo aver compiuto tutti i viaggi e deve fronteggiare l’accusa di esser diventato matto da parte di chi non crede alle sue avventure. Il finale, inoltre, è decisamente più accomodante rispetto all’epilogo, pregno di misantropia, del libro.
Ciò che invece si cerca di rendere conformemente al libro, è la satira della società, dei costumi e del governo di quel tempo, anche se in modo abbastanza annacquato e sfuggevole.
La differenza principale è nella stessa struttura narrativa: Gulliver racconta i suoi viaggi una volta tornato a casa, centellinandoli nel tempo che trascorre tra il suo ritorno e il suo riesame clinico al manicomio, in cui si scoprirà che aveva ragione.
L’intreccio è dunque costituito da una serie di flashback che si innestano nel presente con interessanti sovrapposizioni grafiche, che restituiscono efficacemente l’idea delle sue presunte allucinazioni.
A parte tale riuscito espediente, il risultato complessivo è tutto sommato soltanto discreto.
Il pregio che la pellicola ha rispetto ad altri adattamenti per il piccolo e grande schermo, ossia quello di rappresentare tutti i viaggi narrati da Swift, si ritorce infatti contro rendendo la narrazione a tratti confusionaria e eccessivamente lunga.

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